Múm @ Monk [Roma, 7/Marzo/2016]

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Parlate con un appassionato di cinema, uno qualsiasi, uno di quelli che ogni volta che lo incrociate per strada vi fa dire “Eccolo, voglio proprio parlargli di quel film che ho visto ieri sera”. Lui, maledicendosi per essere assurto alle cronache come il cinefilo e quindi costretto a parlare della Settima Arte con tutti quelli che visti dal suo trono altro non sono che parvenu, borbotterà qualche frase, emetterà una sentenza e tornerà, in breve tempo, alla sua strada. Prima di farlo però, si finirà a parlare di musica. Provateci, è matematico. Come è matematico che se al posto del cinefilo ci fosse stato un appassionato della Seconda Arte (la musica, nonostante sia raro sentirla chiamare così), si sarebbe finiti a parlare di cinema. Un cenno, un consiglio, anche solo en passant, ma ci sarebbe stato. Accade sempre. Raramente invece capita di assistere a un ibrido tra un concerto e un film. Il Monk Club è un locale che ha sempre più coraggio e stavolta accetta la sfida di trasformare la sua sala concerti in un cinema in piena regola. Al nostro ingresso, intorno alle 22, lo troviamo mutato nell’aspetto rispetto all’ultima volta in cui ci abbiamo passato la serata: poltroncine rosse e sedie nere a coprire la zona centrale della sala, fin quasi al  mixer. Il lavoro, il calcetto, il viaggio per arrivare a Portonaccio dall’altra parte della città, e ci rendiamo conto di aver dimenticato di cenare. Vorremmo mangiare, e chiederemo il reale orario di inizio al fonico che ci gelerà asserendo che tra meno di un minuto avrà inizio lo spettacolo. Prendiamo posto ed anche il nostro stomaco cessa di brontolare, una volta appurato che un metaforico pasto ci verrà servito a stretto giro di posta.

Gli islandesi Múm sono l’icona del synth pop europeo, una band in attività dal 1997, con parti vocali generalmente molto lievi e impiego di elettronica analogica e digitale, composta da un collettivo eterogeneo come gusti musicali (dal punk alla classica, fino alle colonne sonore di musiche per videogiochi) che ha prodotto, con varie formazioni, sei LP e varie raccolte, remix ed EP. Fermi discograficamente da tre primavere, hanno deciso di mettere in piedi un progetto interessante, ma dalle potenzialità tutte da verificare: prendere un film muto tedesco del 1929, sonorizzarlo dal vivo, a quattro mani, quelle dei fondatori Örvar Smárason e Gunnar Tynes, e proporlo nei classici locali in cui gli appassionati di musica vanno a passare le serate, apportando alcune modifiche (i posti a sedere, il proiettore) per trasformare le sale concerti nella cosa più vicina a un cinema. La scommessa, almeno per quanto possiamo vedere dalla serata romana, è vinta. Di poltrone libere ce ne sono davvero poche, e anche le postazioni ricavate ai lati della sala sono occupate. Per non parlare di quelli che decidono di fare la spola con il bar e quindi evitano di sedersi, per non rischiare di disturbare con il via vai. Circa quindici minuti dopo le dieci si vede il proiettore puntare il telo e i due Múm prendono posto sul palco, ognuno a un lato dello schermo, con le loro tastiere. Il film designato per questo progetto è ‘Menschen am Sonntag’ (Gente di domenica), tra le prime pellicole sceneggiate da Billy Wilder, una pietra miliare del cinema muto. Il film è ambientato in una Berlino, spensierata e in ripresa, a metà strada tra Prima e Seconda guerra mondiale. Non c’è audio, ma qualche parola da leggere – nei titoli di testa, di coda e nelle didascalie che spiegano i dialoghi o gli accadimenti – ci sarebbe pure, se non fosse in lingua tedesca, idioma per noi sconosciuto. Sottotitoli, neanche a parlarne. E allora capiamo che l’unica possibilità è quella di affidarsi alle immagini, che poi sono l’essenza di un film. Il lungometraggio racconta la domenica di alcuni ragazzi, che sin dalla mattina spremono il massimo dalla loro giornata libera. I giornali, i boccali di birra (forse l’immagine più ricorrente), gli abiti della festa, le nuotate, tutto contribuisce a creare l’atmosfera e a far addentrare lo spettatore nella Berlino di quasi cent’anni prima, nel giorno dedicato al riposo. Ironia vuole che il film venga proposto al pubblico romano proprio di lunedì, momento critico nella settimana di ogni lavoratore medio che, scommettiamo, avrà pensato che per tornare a quella rilassatezza sarebbero serviti altri cinque o sei giorni. Il tessuto elettronico si amalgama al meglio con i fotogrammi, e notiamo che molto spesso i due musicisti, maglione giallo per Tynes, t-shirt nera per Smárason, rivolgono più volte lo sguardo a ciò che viene proiettato sullo schermo, per coordinarsi, ma anche per apprezzare quello che per loro deve essere diventato una piacevole ossessione. Con le loro sonorità riescono a sottolineare le varie scene e persino a far accadere qualcosa di mai visto in un cinema: gli spettatori scuotono la testa a ritmo di musica, si muovono sulle loro sedie come se fossero a un dj set. Ce ne accorgiamo soltanto dopo esserci resi conto che siamo noi i primi a farlo. Guardandoci intorno e facendo una panoramica noteremo di non essere i soli. Le melodie catturano i presenti più di quanto facciano le immagini, alla lunga ripetitive. La durata del film, sugli ottantacinque giri di orologio, sembra eccessiva per quello che è il suo contenuto, ma il tappeto musicale gli assicura il tocco mancante. Nell’istante in cui la performance arriva al termine, con la parola Ende che si impadronirà dello schermo, Smàrason, un fisico da ariete, non nel senso astrologico del termine, prende il lato di sala libero e cammina velocemente in direzione dell’uscita, fermandosi dietro il banchetto del merch, posto di fronte al bar. Scuro in volto, ci era sembrato dirigersi verso i fonici per commettere un omicidio plurimo, invece con ogni probabilità si trattava soltanto di un attacco di sociopatia. Usciremo subito, convinti a interrompere al più presto il nostro prolungato digiuno. Saggia mossa, che se avessimo incontrato un nostro conoscente, con ogni probabilità appassionato di musica e cinema, saremmo tuttora al Monk.

Andrea Lucarini

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