Múm @ Circolo degli Artisti [Roma, 30/Novembre/2009]

542

A quasi tredici anni dalla fondazione, a quasi dieci dal debutto. Quando ancora l’età dei protagonisti è contraddistinta dal suffisso “teen”. Il cuore pulsante dei Múm è quello della coppia Örvar Þóreyjarson Smárason e Gunnar Örn Tynes. Due incalliti seguaci dell’opera di Aphex Twin. Influenza che inevitabilmente si ripercuoterà sull’enorme, frastagliata, schizofrenica discografia del collettivo isolano. La terra dei ghiacci, l’Islanda, per molti, oggi, è ancora solo Sigur Rós. L’opera immaginifica e favolistica di Jón Þór Birgisson e compagni, rimane il punto qualitativamente più alto mai uscito da quei paesaggi nel dopo-Bjork. Una sorta di spartiacque, di nuovo orizzonte, di punto zero, che ha generato una nutrita selva di formazioni assolutamente interessanti, a donare nuova luce su una terra altrimenti ancora troppo “misteriosa”. Ma i tempi sono cambiati. L’inesplorabilità è diventata conoscenza. L’inaccessibilità è ormai un caso esemplare. Non potrebbe essere altrimenti quando da un paese con poco più di 300mila abitanti arrivano al successo Bang Gang, Amiina, GusGus, Ampop, Ólafur Arnalds, Benni Hemm Hemm, Jakobínarína, Seabear (con relativo progetto Sin Fang Bous del leader Sindri Már Sigfússon), Jóhann Jóhannsson, senza dimenticare l’Emiliana Torrini. Un flusso di autentica contemporaneità artistica. Nell’immensità di luoghi incantati, gli spazi stretti di una scena in continua evoluzione.

I Múm sono finalmente a Roma sull’onda dell’anemico quinto album ‘Sing Along To Songs You Don’t Know’, realizzato dalle eccellenze tedesche di casa Morr Music. I Múm in una perfetta giornata nordica che inizia ventosa e bigia. Sospinta da nuvole pachidermiche. Con le foglie d’Autunno a volteggiare spensierate. I Múm accolti da un facilmente pronosticabile sold-out. Molta gente torna sulla strada di casa con il volto sconsolato. Passando davanti al bus con targa tedesca che ha “trasportato” il collettivo protagonista. Alle 22:10 i sette elementi arrivano sul palco. Per la prima mezz’ora è puro incanto. Che sboccia in una piccola favola nordica dall’attitudine “pastorale”, echi di un suono che riproduce come in un film, le atmosfere di una terra unica. Il violino, la diamonica a bocca, piccoli inserti di un’elettronica che ormai non c’è più, la voce di una paffuta quanto soave cantante che indossa il vestito buono della festa. Perfetta esecuzione d’insieme. Un’orchestra minuta eppur grande nel profondo dell’anima. Dalle 22:40 alle 23:00 ci imbattiamo, però, in venti minuti di “noia”. Probabilmente inevitabili in una proposta del genere, ma più semplicemente venti minuti dove sono i brani a non essere al centro dell’attenzione. Un dettaglio, presto svanito, presto cancellato da una seconda parte di concerto che gli islandesi trasformano in un evento “folkloristico”. Folk = popolare, lore=sapere. E’ musica popolare. Fanno capolino, come rondindi di primavera, richiami giocattolosi garbati e divertiti.

L’evoluzione sonora della loro personalissima visione di pop. Si legga a questo proposito l’ultimo album dei Sigur Rós. L’incedere del settetto riporta alla mente proprio le allegorie vincenti e disarmanti che ricamano ‘Með suð í eyrum við spilum endalaust’. Una nuova strada (forse). Il pubblico risponde alle sollecitazioni di una band ormai giunta all’acme della propria esibizione. Dal giovane all’attempato astante, dalla coppia di impiegati a quella in perfetto gessato, dalla segretaria un po’ frigida in tailleur al ragazzo di periferia col berretto girato sulla testa. Tutti riuniti attorno ad una rappresentazione ai limiti del teatrale. Sul finire vengono preferiti alcuni brani dal nuovo ‘Sing Along to Songs You Don’t Know’ (perdonerete l’averlo definito “anemico”, ma sarebbe meglio dire “anonimo” se paragonato ai lavori d’esordio) dove spicca la meravigliosa title track. Fuori piove. Allungo il passo sperando di girare l’angolo e trovare i colori della laguna blu. Ma l’Islanda è lontana. Fortuna che poco più giù troverò il mio azzurro.

Emanuele Tamagnini