Mulatu Astatke @ Auditorium [Roma, 24/Ottobre/2013]

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“Center of the world is Africa / rhythm of the drum comes from Africa”. Sono due versi tratti da ‘Black Athena’, brano contenuto in ‘Lingo’ degli Almamegretta, disco splendido di 15 anni fa che non ascolto chissà da quanto. A farmi ripensare a quell’album ci ha pensato il concerto di Mulatu Astatke, è stata quasi un’associazione istantanea appena uscito dalla Sala Sinopoli dell’Auditorium: i versi sopra riportati sono perfetti per descrivere l’Africa come terra di nascita dell’umanità e delle prime vibrazioni e come luogo di partenza per i meticciati culturali in direzione del resto del globo. La musica di Mulatu Astatke quei meticciati li riprende, li assorbe contaminando per generare quella “via etiope al jazz” di cui lo stesso Astatke è padre uno e nobile esponente dopo aver girato in lungo e largo per il globo arrivando a suonare con miti come Miles Davis o Duke Ellington: il risultato non può esser compresso ed etichettato con parola alcuna, è un calderone in cui convivono non solo Africa, tra jazz, blues, soul, funk, praticamente ogni musica che abbia una radice nera ma anche Americhe, soprattutto dal centro in giù . Il tutto messo in scena da uno stuolo di musicisti fantastici: tromba, sax, piano e tastiere, violoncello, contrabbasso, batteria, percussioni e in mezzo, in un ideale abbraccio, lui, Mulatu Astatke, settant’anni traditi solo dalle rughe di una vita intensa perché lo spirito è quello di un giovanotto, come i suoi ragazzi.

Per introdurre la serata c’è la lettura di alcuni passi tratti da ‘Regina di fiori e di perle’ della scrittrice italo-etiope Gabriella Ghermandi. Una volta presentata la band, l’ingresso di Mulatu Astatke è accolto da un applauso fragoroso, la sala Sinopoli è piena e io riesco a trovare miracolosamente un posto in platea. Logicamente un meltin pot tanto attraente quanto pieno di ritmo invoglierebbe alla libertà fisica e alla danza, il pubblico seduto forse è la causa di un inizio a ‘motore freddo’ ma se la miscela è irresistibile (e questa lo è eccome) a carburare non ci si mette molto: in mezzo a vibrafono, wurlitzer e percussioni Mulatu è la forza trainante ma anche una guida pronta a dar spazio ai suoi accompagnatori. Nel mare di note e sapori, spazio al recente, coloratissimo album ‘Sketches Of Ethiopia’  ma largo anche a sue composizioni storiche, tra cui alcuni temi già immortalati nella leggendaria serie ‘Ethiopiques’, vera Bibbia per scoprire le gemme dell’Etiopia musicale di cui Astatke fu tra i protagonisti già negli anni sessanta. Buona parte dei brani sembrano letteralmente viaggi improvvisi dalle sponde del Mar Rosso fin quasi ai Caraibi, come ‘Azmari’, variopinto affresco sostenuto da percussioni inarrestabili che sembrano provenir direttamente da Cuba, giurerei perfino allungato con un richiamo a uno dei brani presenti nell’altrettanto bel ‘Inspiration Information’, disco condiviso qualche anno fa con gli Heliocentrics. C’è anche occasione per i singoli musicisti di mettersi in mostra, particolarmente apprezzato un duetto tra gli archi con il violoncellista che arriva a imbracciare il suo strumento (e a suonarlo di conseguenza) come fosse una chitarra, notevoli anche i momenti con i fiati sugli scudi, piacevoli anche le parti cantate, perfino un passaggio che vede sovrapporsi le voci di tutti i musicisti in un alternarsi liberatorio e quasi tribale. Da brividi la voce così profonda di Mulatu quando, fra un brano e l’altro, cita aneddoti e genesi di alcuni brani, spesso però le sue parole si perdono nel fragore degli applausi. L’intensità del concerto comunque è in ascesa e il finale è l’apice che mette definitivamente in risalto lo spirito creativo, curioso, collaborativo della band e del suo leader: prima una ‘Yigelle Tezeta’ scatenata, uno dei brani che contribuì a farlo scoprire al grande pubblico dalla soundtrack di ‘Broken Flowers’ di Jarmusch, in cui proprio il pubblico diventa parte integrante, battendo le mani a tempo su richiesta della band, poi il bis richiesto a gran voce e che Mulatu introduce citando il batterista Tom Skinner come principale collaboratore allo sviluppo del brano stesso, ‘Yekatit’, e l’inizio è proprio un tributo di ritmi, tra batteria e percussioni, cui via via si aggiungerà tutta la band prima di un assolo free di Skinner. Piano piano rientrano sia le percussioni e poi ogni strumento, come una tela che si arricchisce di colori e sfumature, un piatto che diventa via via più saporito e speziato: l’effetto galvanizza per primo lo stesso Mulatu piegato sul vibrafono per gli ultimi, intensi momenti del concerto. Poi l’ultimo applauso col pubblico in piedi e lui, sorridendo prima di uscire di scena, a battersi la mano su quel cuore da dove sgorga ancora una musica viva, piena, totale.

Piero Apruzzese