Mudhoney @ Circolo degli Artisti [Roma, 22/Maggio/2012]

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Come direbbero gli Elii, “il rock ‘n roll, sì che mi piace. Non ha mai scontentato nessuno”. Questo è quello che devono pensare i Mudhoney ogni volta che salgono su un palco. Consapevoli di non aver cambiato la storia del rock ma comunque di avervi lasciato un’impronta indelebile e duratura, i non più ragazzi di Seattle sono ormai dei tedofori. Dei rappresentanti di un modo di intendere la musica che si va sempre più perdendo. Degli ambasciatori indefessi della teoria dei tre accordi. Sono venticinque anni ormai che rivoltano come calzini quelle note per tirarne fuori dei riff che, gira che ti rigira, sono più o meno sempre quelli. Ma il bello è che, né a loro né a noi, questo importa poi molto. È sempre un piacere rivederli. E sapere che ci sono.

C’è il pubblico delle buone occasioni, molto più di quanto ne avessi trovato, che io ricordi, la volta scorsa all’Alpheus. Si stanno conquistando un bello zoccolo di fans vecchi e nuovi, da qualche tempo a questa parte. Il pubblico è ampio e variegato: dai sostenitori della prima ora, più o meno coetanei della band, a giovani imberbi adolescenti, prontamente sistematisi nelle prime file per darci dentro. Dopo l’esibizione dei Non, duo francese di voce (femminile), chitarra e drum machine, che non lascia troppo il segno, i Mudhoney si fanno aspettare e annunciare non poco prima di salire sul palco. Poi, quasi ad occhi chiusi conquistano le loro posizioni, sempre quelle: Mark Arm al centro, con l’inconfondibile caschetto biondo e la maglietta aderente; Steve Turner, con l’occhialino da professore; Guy Maddison, il buono del gruppo, il più sorridente; Dan Peters, con l’immancabile cappello e i tom dorati. Visto che è da un po’ che non si fanno vivi, discograficamente parlando, il concerto è il classico pot-pourri di brani pescati qua e là dalla loro ampia produzione. Non ricordo il brano di partenza, ma è impossibile dimenticare che, terzo sulla scaletta, arriva il tre di briscola con ‘You Got It (Keep It Outta My Face)’, dal mai troppo incensato album d’esordio. La gente, fin lì abbastanza tiepida, si esalta inevitabilmente, in un crescendo che assumerà forme inaspettate, almeno rispetto al mio primo loro concerto. I quattro sembrano inizialmente ricambiare l’iniziale mancanza di trasporto del pubblico: vanno giù a spada tratta, un brano dopo l’altro, quasi senza concedere spazio tra un pezzo e l’altro e rilasciando appena dei fugaci ‘Thank you’ e ‘Grazie’. Il povero Maddison commette l’imprudenza di aprire una lattina di birra nell’intervallo tra due brani e Mark Arm lo guarda con ceffo intimidatorio, quasi non ci fosse un secondo da perdere. Lo spettacolo non ne risente poi molto, se conosci buona parte dei loro brani a memoria. Via via si susseguono le varie ‘The Lucky Ones’, ‘Judgement, Rage, Retribution and Thyme”, ‘I’m Now’, ‘The Open Minds’, mentre l’aspetto spettacolare del concerto comincia poco a poco ad emergere, con i primi pogo e crowd surfing. Loro non vanno molto oltre l’esecuzione dei brani così come sono, confidando nel loro carisma ed efficacia. Presto arriva anche il turno di ‘Sweet Young Thing Ain’t Sweet No More’ e, soprattutto, ‘Touch Me I’m Sick’, vero brano portante della loro intera carriera, dal vivo e non. Ed è la chiave di volta perché anche la band si sciolga definitivamente e coinvolga, per conseguenza, anche noi. A un certo punto la scaletta, fin lì sciorinata senza soluzione di continuità, inizia a essere discussa tra i quattro, richieste dal pubblico comprese. Ed ecco così che, al rientro dopo la prima uscita, arriva quell’altra perla rara che è ‘Suck You Dry’, e giù pogo e crowd surfing come se piovesse. Il cantante smette la chitarra e indossa finalmente i panni dell’Iguana, perché le fonti d’ispirazione vanno anche orgogliosamente sfoggiate, in certi casi. A livello acustico, una buona resa, con la voce di Arm inizialmente troppo bassa ma poi regolata correttamente. Altro grande regalo, con ‘In ‘n Out Of Grace’, con Dan Peters in gran forma e finale rabbioso con, indovinate cosa? ‘Hate The Police’ non poteva mancare, implorata a squarciagola da più di un urlatore. Certo, alla lunga, un concerto come questo inizia a sapere un po’ di riunione di vecchi amici, un po’ alla “com’eravamo”. Sai bene cosa aspettarti, quindi non è terreno molto fertile per guizzi e colpi di scena. Ma in fondo, non è quello che andavamo cercando? Fa bene di quando in quando voltarsi a contemplare la strada fatta. Staccare la spina e immergersi nei ricordi. O andare a un concerto dei Mudhoney.

Eugenio Zazzara

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