Mudhoney @ Circolo degli Artisti [Roma, 20/Maggio/2006]

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Prima di raccontare quanto avvenuto ieri sera al Circolo degli Artisti, mi sento in dovere di chiedere scusa ai nostri lettori e ai Jennifer Gentle per essermi perso la loro esibizione. Peccato non avercela fatta (nonostante sia arrivato prima delle 22) perché il gruppo in questione merita. Anzitutto perché italiani, incidono per la Sub Pop (come del resto i Mudhoney), e il loro disco “Valende” è un concentrato di sonorità sixties figlie del Syd Barrett più acido e di quel pop psichedlico alla Kaleidoscope. Quindi se li adocchiate dalle vostre parti, non fate come me, ma cercate di andare a vederli! Dopo le dovute scuse veniamo alla serata. Per coloro i quali non lo sapessero, i Mudhoney vengono da Seattle, la città che durante gli anni ’90 ha visto nascere sicuramente una delle scene musicali più interessanti a livello mondiale. I Mudhoney rientrano tra quelli che negli anni sono riusciti a sopravvivere, continuando a suonare quello che hanno sempre suonato senza praticolari cali durante l’arco di quasi vent’anni. Ed è così che a marzo di quest’anno è uscito il nuovo “Under A Billion Suns”, settima fatica in studio del gruppo americano. Con il loro concerto ieri sera, il Circolo corona una stagione ricca di proposte interessanti e si consacra come uno dei locali live più interessanti della capitale. Personalmente non avrei mai creduto di poter vedere un concerto dei Mudhoney, e sicuramente l’attesa per la loro data romana era molto sentita in tutta la città (come testimoniava, fino a qualche tempo fa, la scritta “E andiamo!” accanto alla loro data sulla homepage di Nerds Attack!). Non mi stupisco quindi vedendo che il locale è strapieno in ogni ordine di posti, e che il pubblico attenda caloroso ed impaziente la serata. Il calore di Roma non si fa sentire solo con le urla d’incitamento rivolte al gruppo americano durante l’attesa (“‘nnamo che c’ho sonno!” su tutte), ma anche attraverso il vistoso aumento della temperatura nella piccola sala del Circolo. Se ancora non si suda, poco ci manca, anche perché le mie previsioni sono quelle di una serata in cui ci sarà da sudare.

Aspettativa che non viene delusa. Infatti, non appena il quartetto americano mette piede sul palco, e attacca il primo pezzo, il pogo furioso invade il pubblico, accelerando così la discesa di gocce di sudore dalle nostre fronti. L’apertura è devastante, il pubblico risponde cantando tutti i pezzi a memoria, spingendo e saltando, fino a far sudare anche chi, come me, sceglie di starsene buono appoggiato ad una parete. La situazione è ormai fuori controllo, e dopo pochi brani, Mark Arm deve invitare il pubblico ad indietreggiare un poco, per poter permettere alle prime file di respirare. “Vi chiediamo di fare un passo indietro, e magari di rilassarvi un po’”, questo più o meno il succo del messaggio, e per farlo capire a tutti, presenta il prossimo pezzo come una canzone “about meditation and relaxation”. Parte la storica “Touch Me I’m Sick”, e non è difficile immaginare che la situazione non segua più alcuno schema logico. Nessuno riesce a stare fermo, e soprattutto, nessuno riesce a non urlare Touch Me I’m Sick! Nonostante il disco fresco di stampa, la scaletta del concerto ricopre tutta la carriera del gruppo, pescando anche tra i pezzi più vecchi. Canzoni come “You Got It”, “Here Comes Sickness”, “Suck You Dry” contribuiscono non poco a rendere la serata di ieri una serata indimenticabile. Dopo circa un’ora di concerto, i quattro abbandonano il palco, e dalle prime file individui che sembrano usciti da una sauna svedese, si dirigono verso i bagni. Ma il sollievo che darà loro un po’ d’acqua fresca sul viso servirà a poco, perché dopo pochi minuti riecco i quattro sul palco. I bis non sono preparati, e così il solito Mark Arm chiede al pubblico se c’è ancora qualcosa che desidera ascoltare. Le richieste infinite vengono soddisfatte solo in parte (avremmo assistito altrimenti a un’altra ora, se non di più, di concerto e la cosa non mi sarebbe affatto dispiaciuta…), e a concludere una serata che ha rappresentato un tuffo in quello che sono stati gli anni ’90 ci pensa “Hate The Police”. Indimenticabile.

Emanuele Avvisati

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