Mudhoney @ Alpheus [Roma, 22/Ottobre/2009]

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Dopo aver scritto un pezzo di storia con due quarti dei futuri Pearl Jam nei seminali Green River, Mark Arm (all’anagrafe Mark McLaughlin) e Steve Turner sono rimasti forse gli unici tedofori dell’ultima vera rivoluzione nella storia recente del rock. Il grunge (che lo si consideri espressione genuina o operazione commerciale ad hoc) è iniziato, prosegue e, a questo punto, morirà con loro. I Mudhoney ne sono stata l’espressione più pura ed eterogenea allo stesso tempo. Il loro è un frullatore in cui sono finiti Jimi Hendrix e gli Stooges, il blues e la psichedelia, il punk e il rock’n’roll più classico, rivisitati e miscelati secondo i loro rumorosi canoni. E la formula mantiene ancora il suo fascino. Mai best-seller, ma fedeli a sé stessi, ossessivamente anacronistici, eppure coinvolgenti, i Mudhoney sono la rappresentazione di un modo di fare musica ormai classico, ma che molti sembrano oggi aver dimenticato. Un ripasso di storia fa sempre bene e loro continuano ostinatamente a insegnarcela. Per fortuna.

Arrivo all’Alpheus, dopo forse tre anni dall’ultima volta, e il concerto è appena iniziato. A fare gli onori di casa ci sono i Love In Elevator, band veneziana attiva dal 2001. Curriculum interessante, il loro, che include il supporto a gruppi come gli Shellac e i Verdena: la loro performance prevede pezzi dall’ultimo ‘Re Pulsion’ e inediti da un album in lavorazione. Formazione classica a tre, la musica del gruppo suona compatta e rumorosa, se non altro per l’altezza smodata dei volumi. Alle urla ora isteriche ora infantili della cantante si alterna il cantato più regolare del bassista, su un tessuto sonoro definibile come math e post-hardcore. I pezzi si dipanano tra rallentamenti, cambi di ritmo e digressioni che hanno nel rumore la loro chiave di volta. Tra i Sonic Youth (immancabili) qui, e i Dinosaur Jr. e i nostrani Il Teatro degli Orrori là, la band offre degli spunti interessanti: una manciata di riff azzeccati, attitudine internazionale e saltuari sprazzi di melodia tra le armi migliori. Promossi, e avanti il prossimo.

La band di Seattle sale sul palco alle dieci e un quarto circa. Accolti da un pubblico vario e multiforme, nel quale spiccano le nostalgiche flanelle delle prime due file, i nostri salutano e attaccano subito, sventagliando i primi quattro, cinque brani dell’ultimo ‘The Lucky Ones’. Potrebbero essere pezzi di loro dischi di dieci anni prima, ma non ci si fa troppo caso: il live ha effetti taumaturgici. Alla sezione ritmica troviamo il veterano Dan Peters e la new entry Guy Maddison; Steve Turner si presenta alquanto nerd, con gli occhialetti e la barba incolta; Mark Arm è ancora incredibilmente uguale a prima, quarantasette anni e non sentirli, con quell’espressione truffaldina che lo accompagnerà per tutto il concerto. Durante i primi pezzi, Mark si dedica esclusivamente alla voce, offrendoci lo spettacolo delle sue mosse e contorsioni e dimostrando di aver ben acquisito la lezione del padrino Iggy. Il pubblico rimane piuttosto immobile ma attento, durante l’esecuzione dei nuovi, poco noti brani, tra cui spiccano ‘I’m Now’, memore dei tempi d’oro, e la tosta ‘Next Time’. Ma il break è dietro l’angolo: l’esecuzione di ‘Suck You Dry’, improvvisa e assassina, manda in subbuglio la platea. Nelle prime file si poga a volontà, mentre il gruppo regala una versione splendida del pezzo, che sembra di essere tornati a quindici anni prima. Mark Arm ha nel frattempo imbracciato la chitarra e i tecnici hanno provveduto ad alzare i volumi, inaspettatamente bassi al principio. L’atmosfera si scalda nella parte centrale del concerto: incuranti di giocarsi il poker così presto, i nostri sfoderano nel giro di breve tempo l’inno ‘Touch Me I’m Sick’, la spietata ‘Sweet Young Thing Ain’t Sweet No More’, la blueseggiante ‘You Got It’ e, più tardi, la furente ‘Hate The Police’. Un pezzo di storia racchiuso in un superbo e indimenticabile quarto d’ora. I nostri sembrano così sfiancare il pubblico, che effettivamente si calma dopo questo raid e diventa più composto, proprio mentre il gruppo comincia davvero a fomentarsi. Eccezion fatta per le prime due file, dove il pogo e il crowd surfing diventano regola fino alla fine del concerto. Tanto che lo stesso Arm si improvvisa addetto alla sicurezza, respingendo due fan troppo invasivi. La band, intanto, prosegue, pescando qua e là dalla discografia: da ricordare ‘Inside Job’, ‘Good Enough’, ‘What Moves The Heart’ e ‘Oblivion’.

L’esecuzione delle hit in precedenza non crea troppe illusioni al momento del rientro sul palco del gruppo, dopo la consueta, finta, fine del concerto. Eppure il livello rimane alto anche in questa fase, che inizia con la nuova ‘The Open Minds’ e raggiunge l’acme con ‘In ‘N Out Of Grace’, tra i loro brani più “progressivi”. A un quarto a mezzanotte, l’esibizione finisce. Guardando le facce degli astanti, si nota in ognuna di esse la stessa espressione: rincoglionito, ma felice. E anch’io mi avvio verso l’uscita, dopo aver assistito a una contundente lezione, rintronato e contento.

Eugenio Zazzara