Mouse On Mars + Laetitia Sadier @ Auditorium [Roma, 6/Aprile/2007]

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Era la prima volta che varcavo le soglie del Teatro Studio, quarta sala dell’Auditorium parco della musica, e non avrei potuto scegliere occasione migliore per farlo poiché di lì a pochi minuti sarebbero saliti sul palco del Teatro i Mouse On Mars, formazione di punta dell’elettronica “made in Germany”, accompagnati per l’occasione dalla bella voce di Laetitia Sadier, già voce degli anglofrancesi Stereolab. La fila formatasi davanti all’ingresso alla sala ricorda quella che si forma il sabato sera nella stretta e poco illuminata via Levanna, con l’eccezione che qui non ci troviamo di fronte allo storico centro sociale, bensì all’interno dell’elegante Auditorium. Quando finalmente vengono aperte le porte, e strappati i biglietti, veniamo introdotti in un lungo corridoio, illuminato da una leggera luce violacea, al cui centro troneggia un televisore sul quale vengono passate delle belle immagini di Roma. Alla fine del corridoio ecco la sala del Teatro. Alla nostra sinistra un lungo bar/bancone dove vengono serviti coloratissimi cocktails. La cosa che mi colpisce è che la sala non ha le sedie. Tutti in piedi come in un qualsiasi locale notturno. Ma sarà meglio così. Solo i caratteristici padiglioni in legno ci ricordano che siamo all’Auditorium e non al succitato centro sociale. È Raiders Of The Lost Arp ad aprire la serata. Progetto spielberghiano di Mario Pierro. A lui spetta il compito di scaldare la serata, compito che secondo me svolge molto bene, anche se parte del pubblico non sembra essere d’accordo con me. Alcuni fischi e lamentele accompagnano la sua onesta esibizione, nella quale dà sfoggio di sonorità house più aggressive del previsto, ma comunque molto raffinate. Durante il suo set diventa subito chiaro il perché dell’assenza di posti a sedere: stasera ci sarà da muoversi. Dopo circa un’oretta il predatore saluta e ringrazia e una piccola pausa precede l’esibizione dei “topi”. Giusto il tempo per bere un succo di pompelmo ed ecco che i due tedeschi e la cantante francese fanno il loro ingresso sul palco. Alle loro spalle tre maxischermi proiettano un bel film di un artista anch’esso tedesco di cui purtroppo mi è sfuggito il nome: “As Drops We’re Going Back Home”, questo il titolo dell’opera che consiste semplicemente in immagini di Duesseldorf riprese da dietro un vetro sul quale scivolano lente delle gocce di pioggia. Dalle prime note si capisce subito che il registro è cambiato. Le sonorità sono infatti molto più tranquille, e si distinguono dalla monoritmicità del predatore per l’atmosfera più avvolgente e meno sintetica. C’è spazio anche per trombone, chitarra, basso e tubi (simili a quelli usati dagli Einstuerzende Neubauten) oltre alle diverse macchine prodotte dalla mela luminosa. I compiti sono così suddivisi: la Sadier si occupa dei testi, del trombone e della chitarra. Recita qualcosa su Galileo, Spinoza e Bruno, ci dice cosa vuol dire essere eretici, e ci regala filastrocche dal vago sapore dada (“Schnick-Schnack”); il topo dal pelo scuro pensa a suonare il basso e modificare i volumi, distorcendo, manipolando, tagliando e cucendo; il terzo elemento, il topo biondo, invece, è colui che crea le basi su cui poi gli altri aggiungono le loro creazioni, grazie ai vari laptop, tastierine e una calcolatrice prestatagli poco prima da un Kraftwerk. I tre sembrano divertirsi e divertono il pubblico che proprio non ne vuole sapere di andarsene quando loro s’inchinano e salutano. Ci vuole poco per vederli ritornare tra gli applausi e proporre due bis. Stavolta molto più movimentati.

Emanuele Avvisati

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