Motta @ Locomotiv [Bologna, 7/Maggio/2016]

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Motta. Che botta. E il live che promuove l’album d’esordio, ‘La fine dei vent’anni’, tradisce la stessa urgenza delle storie che accudisce. Sul palco zampettano in tanti. E sono tutti bravi. Le chitarre di Condemi come nervosi ricami elettrificati (ti rubo quella Teisco, prima o poi). Le batterie di Petulicchio binari agili e autorevoli (ave Cesare). Le tastiere di Milani contrappunti perfetti e puntuali. Il basso di Camici muscolo giusto. Il violino di Ruggiero ospite perfetto. Francesco si destreggia tra acustica e tamburi in piedi. Proprio come accadeva quando divideva il palco con Francesco Pellegrini e Simone Bettin. Gironzola tra strumenti e postazioni. Canta. E inchioda con lo sguardo le prime file di fedelissimi e fedelissime. File che non sono affatto vuote. Perché l’energia gira. E gira bene. Sopra e sotto la scena. La forza regina di chi scrive canzoni in italiano, e lo fa in una maniera narrativa “classica”, sta nella storia. Nella voce più intima delle parole. Non c’è costellazione che tenga in opposizione a questa basica, magica regola. Indipendentemente dal fatto che quella canzoni si decida poi di produrle con montagne di synths. Chitarre sferraglianti. Arpe celtiche. Oppure cornamuse. Nacchere. Passi di tip tap. Ecco. Motta riesce spesso nel dire le cose proprio come vanno dette. A cavallo tra salda, verde vitalità e riflessivi conticini da prima boa. In una zona franca tra poesia, chiacchiera informale e aforisma di fregio. Terra di mezzo. Di tutti e nessuno. Lontano, lontanissimo da qualunque biscotto della felicità o anonimo da bacio perugina. Si parte col mantra di ‘Prenditi quello che vuoi’. Seguono le ruote indigene e dentate di ‘Roma stasera’ e ‘Se continuiamo a correre’. Poi, uno alla volta, tutti i grani del rosario che compongono il disco vengono chiamati e recitati. E se ‘La fine dei vent’anni’ e ‘Mio padre era comunista’ si accoccolano accanto una certa luce fraterna e familiare, episodi come ‘Una maternità’ sono l’altro bacio dello stesso, dolceamaro abbraccio. ‘Prima o poi ci passerà’, coda di cometa, pulsa e non si arrende. E c’è anche spazio per un pugno di cover di una band poco conosciuta, i Criminal Jokers. Parole del diretto interessato. Felice di risentirle. Soprattutto ‘Fango’. Per la fine delle danze, un tuffo nel mare spaziale di ‘Cambio la faccia’.

Mi piace pensare di essere un esteta. Con un poco di sale in zucca. Un cuore non troppo disonesto. E un’attitudine, mio malgrado, non di rado snob. Non sopporto il concetto di clan. Il protezionismo. La qualità scadente. Le finte canzoni d’amore. Le finte canzoni d’impegno. Le finte canzoni di disimpegno. Le pacche sulle spalle di default. I volemosebbene gratuiti e democristiani. La codardia di idee e posizioni. Per questi, e mille altri motivi, mi son sempre tenuto alla larga dal mainstream tricolore. Se me lo posso concedere, preferisco disertare piuttosto che calare la mannaia. Il rosso non sempre è il mio colore preferito. Non deraglio per codardia. E’ che ho una vis polemica feroce quando mi ci metto. E non faccio troppi prigionieri. Con il mainstream di culto, poi, le cose vanno anche peggio. In Italia il gotha indie che conta e canta quello che non conta è più settario di Emporio Armani. Senza averne troppo motivo. C’è più nobiltà nel circolo del cucito sotto casa. In somma e conclusione, per questi e mille altri motivi (replay), quando posso cerco di evitare di sforacchiare sulla croce rossa. Lo trovo poco elegante. E non sempre sono elegante. Francesco Motta, bontà sua, scardina parte delle mie torrette di guardia e licenzia un’opera prima che per onestà e intenzione stacca con una certa agilità il gruppo di gregari capitolini e meneghini più o meno sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda. In equilibrio tra pop e canzone d’autore, a mezza via tra reminiscenze rock e tradizioni proprie e altrui, ’La fine dei vent’anni’ è un disco sincero. Diretto. In più di un passaggio bello e romantico. Che riesce nella rara ambizione di parlare agli altri raccontando di sé. In poche parole, un disco perfettamente generazionale. Senza troppi maneggi sottobanco. Troppe balle. Troppe pose. Non è cosa da poco. Di questi ed altri tempi. Generazione che non è la mia. Ma che conosco e riconosco. E applaudo, quand’è così. Perché c’è molta fuffa nostrana, là fuori, che se la canta. Se la suona. Se la ride senza di noi. Non stasera. Non ora. Non qui.

Giuseppe Righini