Motta @ Atlantico Live [Roma, 26/Maggio/2018]

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Avevamo lasciato Francesco Motta sul palco dell’Alcatraz di Milano il primo d’aprile del 2017, dove ha concluso un tour di oltre cento date a compimento della promozione de “La Fine Dei Vent’anni”. Una parabola lodevole, che ha portato il fortunato esordio discografico solista del 2016 all’attenzione e al gradimento di critica e pubblico. Una credibilità conquistata a forza di recensioni entusiastiche, premi musicali vinti e concerti sold out. Quel disco e tutto ciò che ne è derivato, ha scardinato più di qualche ingranaggio nella sopita coltre del fitto universo indie italiano. Merito soprattutto della bravura di Francesco e dei suoi musicisti, ma anche della produzione artistica di Riccardo Sinigallia e della professionalità esecutiva della Woodworm e dei suoi sodali. Lo ritroviamo un anno dopo, a seguito della pubblicazione del nuovo album “Vivere o Morire”, che rappresenta una sorta di sequel del precedente, ma in parte ne prende anche le distanze. Viene realizzato con l’aiuto di Pacifico nei testi e negli arrangiamenti, la presenza di Taketo Gohara alla produzione, la regia discografica di Caterina Caselli e la figura di musa ispiratrice della sua compagna Carolina Crescentini. L’evoluzione del percorso umano e personale di Francesco lo portano ad una crescita artistica sempre più cantautorale. Avviene un distacco formale dalle inquietudini e dalle irrequietezze precedenti, a favore di una produzione più lineare e di un mood più intimo con cui esprimere le proprie fragilità. Tutto cambia e si evolve, per buona pace delle aspettative. Quella di questa sera a Roma rappresenta una tappa importante per testare gli effetti del nuovo corso. La prima data di fatto lo è sempre, ma questa lo è ancora di più, specialmente alla luce dei tre giorni d’allestimento. Lo è per Motta, per il suo entourage e per le duemila persone circa che sfidano il caldo dell’Atlantico Live.

Alle 20:30 l’apertura della serata è affidata a Filippo Gatti, cantautore di grande sensibilità e autore dal talento cristallino. Per assolvere al meglio al proprio compito, si fa coadiuvare dal fratello Francesco Gatti al basso, synth, programmazione e cori, oltre che da Fabio Marchionni, bravo a districarsi tra le varie sfaccettature di una tastiera nord stage. Il tempo a disposizione non è molto e la scelta dei cinque brani in scaletta, verte su alcuni tra quelli di maggiore impatto presenti nel repertorio del musicista romano. Un viaggio attraverso un asse temporale molto ampio, pescando sia dalla produzione solista, che da quella degli Elettrojoyce. Si parte con il bel groove sostenuto di “Non sei nessuno”, mentre nella sala inizia pian piano ad entrare più gente. Il trio è in forma e Gatti si mostra particolarmente a suo agio sia alla voce che alla chitarra. “Noguru” mantiene intatto il tiro e coglie dritto nel segno, sfruttando la giusta carica. La sorpresa della performance arriva con l’esecuzione di “Girasole”. “Non la facevo da vent’anni” dichiara il cantautore in sede di presentazione. La versione è più morbida e si insinua perfettamente tra le pieghe dei ricordi e quelle delle attese compiute. Davvero molto bella. “Il re di Lampedusa” porta l’attenzione sul recente “La Testa e Il Cuore” e si lascia apprezzare molto, in particolare nella lunga coda finale strumentale. “Tutti mi vogliono quando mi va bene” chiude il lotto con gran classe, riproponendo al meglio le peculiarità e la notevole cifra stilistica a disposizione.

Alle 21:20 la band di Motta sale sul palco. I musicisti sono: Cesare Petulicchio alla batteria, Leonardo Milani al synth, alle tastiere e ai cori, Giorgio Maria Condemi alla chitarra elettrica e ai cori, Federico Camici al basso e ai cori e Simone Padovani alle percussioni. Escluso l’innesto del percussionista, si tratta della stessa band che lo ha coadiuvato dalla pubblicazione del disco precedente fino ad oggi e che è stata l’artefice di uno dei migliori live act in circolazione in Italia. A loro si unisce, la voce, la chitarra acustica, Il tom ed il rullante di Francesco. Una lunga introduzione apre “Ed è quasi come essere felice”. Motta raggiunge per ultimo il palco e solo un attimo prima che entrasse il cantato. Il boato che lo accoglie dimostra che la risposta del pubblico è alta. Durante l’esecuzione passeggia in lungo e in largo, abbraccia i suoi musicisti mentre suonano e chiude il brano alle percussioni. Prende l’acustica e intona “La fine dei vent’anni”, che si trasforma immediatamente in un karaoke collettivo. C’è una bella interazione tra palco e sala e la presenza scenica del combo è notevole. Saluta il pubblico e presenta i musicisti come la sua famiglia. Il suono è pieno e l’ascolto è particolarmente pulito per lo standard della location, sorprendendo un po’ tutti. Il merito va ad Andrea Marmorini al mixer di sala e Valerio Motta a quello di palco. Le luci giocano a sorprendere con ombre e bagliori improvvisi e risultano efficaci, anche se a volte peccano qualche sbavatura sui finali dei brani. Un plauso particolare va a Fichino, roadie e tecnico degli strumenti di grande esperienza, che nell’arco dello spettacolo risulterà avere anche un ruolo scenografico involontario. La successione di “Quello che siamo diventati”, “Vivere o morire”, “La prima volta” e “Chissà dove sarai”, apre un’ampia parentesi sul nuovo lavoro. Nelle presentazioni parla di quanto sia stato tormentato realizzarlo e di quanto invece lo abbia reso felice la pubblicazione. Le esecuzioni ne ribadiscono lo status di cantautore in forma, dotato di uno spessore notevole, evidente specialmente nel brano che da il titolo all’album. Anche dal punto di vista scenico appare meno esagitato e il linguaggio è più controllato. Semmai sembra più fiero e risoluto, indugiando anche in alcune pose tra lo statuario e il botticelliano. In “Per amore e basta’” toglie la chitarra e riprende il peregrinare sul palco, mentre si alza il tiro e la band si permette di mollare le briglie in un finale esplosivo. Un bell’intro di percussioni apre una versione trascinante di “Prima o poi ci passerà”. Altra lunga introduzione per “Del tempo che passa la felicità”, che presenta un arrangiamento meraviglioso con stop and go e sing along, ad uso e consumo esclusivo del trasporto emotivo del pubblico. A questo punto ripresenta la famiglia. “E poi ci pensi un po’” scorre senza infamia e senza lode, fino ad uno stacco di percussioni e batteria in un incastro ritmico che la nobilita. Nell’incipit di “Prenditi quello che vuoi” invita tutti a battere le mani a tempo. L’esecuzione evoca perfettamente l’escandescenza tipica dei live precedenti della band e che ora sembra un po’ sacrificata. Parte “Roma stasera”, anche questa preceduta da una lunga introduzione in cui il frontman passa in rassegna e da il cinque ai suoi musicisti. Nel frattempo il roadie prepara il suo stage percussivo e Francesco vi si dispone. Versione abrasiva e maestosa. Una macchina perfetta lanciata finalmente al massimo delle proprie possibilità. Il calore della sala, sia termico che metaforico, raggiunge vette inesplorate. Pausa veloce e tutti subito on stage. “Se continuiamo a correre” è il primo bis, introdotto da un battito di mani a tempo, incoraggiato ed incensato ruffianamente dallo stesso cantante. Il brano sfoggia un arrangiamento nuovo, più cerebrale e riflessivo, con la sua voce che quando cambia tonalità si staglia con ardore, o graffia nel profondo. Nella lunga coda strumentale gioca con il roadie e gli lancia la chitarra. Gigioneggia piacevolmente e si compiace con sguardi, gesti ed acclamazioni. Durante il solo di synth e quello di chitarra, si ferma immobile e sembra scrutare un punto a caso nella sala gremita. “Abbiamo vinto un’altra guerra” è lo spleen cantautorale in pieno effetto, quella grazia che si manifesta nella semplicità del messaggio. Ringrazia di nuovo e dispensa qualche accenno sulla Crescentini, che non nomina direttamente, almeno finché non sarà il pubblico a farlo. Quindi sempre imbeccato da alcuni presenti, racconta un aneddoto legato a Sinigallia e alla sua ferma volontà di inserire nel disco precedente il brano che andrà ora ad eseguire. Poi fa partire una versione energica di “Sei bella davvero”, che unisce un po’ d’impeto con il sentimento. Ringrazia con cura e dedizione l’intero staff e presenta “La nostra ultima canzone”, che viene cantata all’unisono da tutto il pubblico in sala. Ha successo Motta e se lo merita tutto. Segue una grande versione di “Fango” che omaggia l’esperienza decennale avuta con i Criminal Jokers, i camogli e tutto il resto. Escono di nuovo e sembra finito, tanto che si accendono anche le luci in sala. Invece risale a sorpresa con Giorgio e Leonardo, per chiudere così come nel disco, con la riflessione delicata di “Mi parli di te”. Ora tutti sul palco a raccogliere i meritati applausi dopo quasi due ore di spettacolo. Sarà forse, come dicono alcuni, che stiamo perdendo un rocker, ma in caso credo che acquisteremo un artista d’ampio respiro.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore