Motorpsycho @ Zona Roveri [Bologna, 5/Maggio/2013]

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Una storia lunga e personale ha separato me e i Motorpsycho. Mancati per sfiga o per violenza altrui. Storia lunga e brutta che non interessa a nessuno. Li ho inseguiti per anni e oggi finalmente sono al loro cospetto. Una delle band più importanti degli ultimi anni, una delle più imprevedibili e più prolifiche di sempre dall’alto degli oltre 15 album in studio e altrettanti EP, in cui hanno spaziato dal country al post rock, dal metal al bluegrass. Ma questo probabilmente lo sapete già. Stasera si esibiscono in Zona Roveri. Il locale si chiama così, come la zona industriale intricata neanche fosse la foresta del Borneo. Un vigile paziente, all’uscita della tangenziale, cerca di indirizzare me e altri disperati verso la suddetta zona. Vano tentativo. Se non hai il navigatore o un Tuttocittà cartaceo ti resta un solo tentativo. Chiamare qualcuno a casa e internet alla mano fatti dettare la strada al telefono. E’ quello che faccio. Se non avessi avuto chi chiamare sarei ancora lì a girare intorno.
 Il locale è bello, un piccolo Estragon, più o meno uguale come struttura di base. Un gran palco, un bancone defilato, un banchetto merchandise, dove dico subito la mia a voe grossa. Compro il doppio vinile ‘Blissard’, coloured (ovviamente) e l’EP, ‘Serpentine’, entrambi in ascolto mentre scrivo. C’è tanta gente, ma non tanta da scoppiare, per cui la situazione è quasi ideale. Mi piazzo sotto le prime file mi guardo intorno: età media 35-40 anni, di ventenni neanche una misera traccia. Ci si sente anziani.

Alle 22 spaccate senza nessun gruppo spalla il quartetto norvegese sale sul palco. Che le cose sarebbero state serie lo si capisce dalla canottiera bianca della salute indossata dal batterista, modello “zio Mimmo di Barletta”. Un drummer che vuole stare comodo incute sempre timore e rispetto.
 Non vi racconterò tutti i brani. E’ inutile. Parliamo della band. Che suona come una tribù, perfettamente calata nel ruolo di gruppo culto che ai propri seguaci in estasi altro non dà che la propria musica, un flusso ininterrotto di feedeback costante. In due ore e trenta minuti, inclusi i due bis, le frasi rivolte alla platea saranno si è no 5 o 6! Ovviamente i brani si concentreranno molto sull’ultimo disco, quasi tutto eviscerato, con il picco in ‘Ratcatcher’ e ‘Barleycorn’ così come la tuonante opener ‘Hell…’. Mastodontici nel loro incedere chirurgico nei brani più sostenuti, dadaisti quando si lanciano in psych jam session come quelle di ‘Ocean In Her Eye’: ecco le due anime dei Motorpsycho. Il concerto si snoda su tutta la loro discografia pescando anche dal lontano passato, come nel caso di ‘Greener’, con l’intero pubblico a sostenere vocalmente la band che non ha mai disdegnato le armonie vocali pop dei gruppi americani grunge anni ’90, e ‘Greener’ ne è uno degli esempi più azzeccati. Idem per la bellissima e nuova ‘August’, mentre ‘You Lied’ realizza la fusione band-pubblico più intima. Raggiungo un mio personale momento di commozione durante l’esecuzione di ‘Sail On’, unico brano estratto da quel capolavoro di disco dimenticato che è ‘Black Hole Black Canvas’, l’album che mi ha fatto innamorare perdutamente di loro. Ma è un concerto che va decisamente oltre la lista delle canzoni suonate perchè l’epica, il lirismo, l’incessante fame di musica che si percepisce della band annientano l’ascoltatore, sia chi conosce tutto di loro, sia chi li ascolta per la prima volta. Un lungo, lunghissimo solstizio musicale di due ore e mezzo in cui la sensazione di impotenza al loro cospetto è stato forse il sentimento più comune di noi commossi ascoltatori. Teste ciondolanti, smisurati silenzi, bocche aperte, occhi smarriti nella loro glaciale performance: ecco chi eravamo e come eravamo stasera. Eravamo inetti davanti a tanto clangore, voracità, tecnica, attitudine, sudore adiposo. Un concerto dei Motorpsycho è questo, l’amore per la propria musica oltre ogni immaginazione.

Dante Natale