Motorpsycho @ Init [Roma, 10/Maggio/2016]

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“Quand’è sereno vedi pure i fiordi.” “Ah, dalla Grecia.”, recitava uno sketch di Lillo e Greg sulle esagerazioni tra amici. E stasera dall’Init abbiamo visto i fiordi, le aurore boreali, Capo Nord, il Valhalla e Thor che brandisce in aria il suo martello. L’aggettivo “power” nell’abusata espressione power trio trova qui la sua più completa realizzazione. Oltre a essere dei maestri nel suonarla, i Motorpsycho di musica ne hanno ascoltata tanta. Dai ’70 in poi, le suggestioni sono state molteplici: dalla psichedelia al blues, all’hard rock à la Led Zeppelin passando per il prog più ruvido (King Crimson su tutti), per poi arrivare alle varie declinazioni del noise negli anni ’80 e allo stoner, nelle istanze più aggressive e torride. “Eh, ma se mi devo ascoltare una band che, per quanto bene, ripropone stili passati, mi vado a riprendere gli originali”. Eh no, se ascolti i Motorpsycho, ascolti loro, punto e basta. Se la band di Trondheim non si è “inventata” niente (e qui si potrebbe aprire un inciso lungo un trattato), ha fatto qualcosa forse di ancor più difficile: è riuscita a stabilire un canone proprio partendo da modelli e standard più che consolidati. Un po’ come se qualcuno avesse prodotto una nuova versione della Stele di Rosetta con una fedeltà e precisione tali da ingannare tutti e imporla quale unico e irripetibile originale. No, ma neanche questo rende giustizia… Ok, i Motorpsycho vanno visti dal vivo. Basta questo per mettere a tacere qualsiasi eventuale obiezione. Perché sono strepitosi. Né più né meno. Bent Sæther sorride mentre, sornione, pronuncia “Grazie Roma” al microfono. Si sentono a casa. E a ben ragione: l’Italia (e forse Roma ancor di più) ha da sempre dimostrato un enorme affetto e attaccamento alla band norvegese, che qui ha raccolto tanti proseliti e i migliori trionfi. E che l’atmosfera sia stata elettrica e speciale per loro e per noi lo dimostra un post della band su Instagram l’indomani che recita più o meno così: “Nel concerto di stasera abbiamo suonato sotto un acquedotto romano che risale forse a più di tre secoli fa in un locale pieno zeppo di fan entusiasti, molti dei quali ci seguono dagli anni ’90, a giudicare da quanti cantavano sui nostri pezzi più vecchi. È stato bello vedere tanti vecchi amici stasera, speriamo che lo show vi sia piaciuto” (qui il post originale). Che ci sia piaciuto è un eufemismo. È stato probabilmente uno dei concerti dell’anno, miei cari.

Che i nostri non si risparmino è più che noto. A conferma di questo sta il perentorio avviso apparso sulla pagina dell’evento di Facebook, dove si avverte che il concerto sarebbe iniziato alle 21.30 e terminato alle 00.15. E così è stato; anzi, per la precisione alle 00.25 circa. Nel mezzo, una girandola di emozioni intorno, sì, all’ultimo, bellissimo ‘Here Be Monsters’, ma (e anche qui i norvegesi non deludono mai) senza risparmiarsi sul vecchio repertorio, andando a ripescare classici fin dai tempi di ‘Demon Box’. Si inizia dalla fine, col brano che chiude l’ultima uscita discografica. ‘Big Black Dog’ è un’ottima candidata a futuro classico degli scandinavi, con il suo incipit sognante e malinconico che si ritrova avviluppato in una palude melmosa, scandita da un incedere che è incontro tra ritmiche motorik e doom, per poi chiudere su un outro di quelli lugubri e minacciosi che sono il proverbiale bicchier d’acqua per i tre di Trondheim. L’intermezzo ‘Sleepwalking’ serve a mettere la necessaria distanza tra due titani: a seguire, ‘Lacuna/Sunrise’, e già qui si va in debito d’emozioni. È qui che Snah sfodera la chitarra a doppio manico: la sei corde per i grappoli di note nell’arpeggio iniziale, e la dodici per edificare lo struggente ritornello che, galvanizzato dalla potenza live degli Hiwatt, preserva tutta la sua bellezza. Dal caposaldo ‘Blissard’ arriva quindi ‘Flick Of The Wrist’, in veste più dinamica dal vivo e con un sapore ancora più eighties, che ti immagini prima o poi possa salire J Mascis sul palco. A completare la formazione attuale dei Motorpsycho c’è Kenneth Kapstad, dietro le pelli dal 2007 ma abile a darsi da fare all’occorrenza anche su altri strumenti. Come su una di quelle due fabbriche dei sogni che si chiamano Mellotron quando arriva il primo, vero singalong del concerto. “It feels so good to feel again”: neanche il bisogno di annunciarla che l’emozione tra la gente diventa fisicamente percepibile. E poi le tre parti di ‘Hell’, cavalcate da consumata band stoner, o la psichedelia pop di ‘August’, entrambe dal recente ‘Still Life With Eggplant’. Un ampio spettro espressivo che va dal pianissimo al fortissimo, senza un cedimento, un momento di stanca, un’incertezza. Forse solo in un paio di finali la coordinazione non è stellare, ma è un dettaglio che si dimentica in fretta, di fronte alla qualità dell’intera esibizione. Il trittico ‘Running With Scissors’, ‘I.M.S.’ e ‘Spin, Spin, Spin’ (quest’ultima dal repertorio dei sottovalutati H.P. Lovecraft) è l’esempio di come una band dalla storia venticinquennale possa ancora realizzare album magistrali. Dalle reazioni del pubblico, alle volte sembra di assistere a un concerto jazz: gli applausi, gli incitamenti non si limitano alle pause tra un brano e l’altro, ma demarcano generosamente i passaggi armonici e soprattutto dinamici, nonostante il calderone bollente che diventa l’Init in poco tempo. Il singalong torna puntuale con ‘Wearing Yr Smell’ mentre, sempre da ‘Demon Box’, risuonano il noise-pop di ‘Feedtime’ e il basso sferragliante di ‘Junior’. A chiudere, una versione micidiale di ‘Nothing To Say’, ancora dall’anno di grazia 1993: ipercinetica, spietata, violentissima, quando si è ormai tutti quasi allo stremo, eppure ancora sorpresi ed elettrizzati da questo ennesimo colpo basso. L’encore è sacra, anche dopo quasi 3 ore di delirio sonico. Ed ecco quindi ‘Here Be Monsters’, classica storia della traccia che non ce l’ha fatta a finire nell’album ma che è stata in seguito pubblicata come singolo. Un modesto brano da un quarto d’ora, con un interessante intreccio di Mellotron che sottolinea, come se ce ne fosse ancora bisogno, la continua tensione creativa e, perché no, goliardica di questi ragazzi. Tecnica cristallina mai fine a sé stessa, accoppiata a un gusto sopraffino e a un interplay collaudato. Tre ore di puro sacro fuoco, da registrare su tutti i supporti possibili e mandare a ripetizione nelle scuole di musica. Una band mai doma, sempre curiosa in studio e devastante dal vivo. Immensi.

Eugenio Zazzara

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