Motorpsycho @ Circolo degli Artisti [Roma, 6/Maggio/2013]

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Tre anni. Sono passati tre anni dall’ultima volta che ho visto i Motorpsycho, sempre al Circolo degli Artisti. All’epoca mi erano noti più per fama che per ascolti effettuati, perciò oggi avrò modo di godermeli appieno, avendo sfruttato tre lunghi anni di ripasso generale della loro sterminata discografia. Sulla locandina c’è scritto “apertura cancelli ore 21.00, inizio concerto ore 21.30”, e siccome ricordo la generosità del trio norvegese in quanto a minutaggio live decido di arrivare in tempo per l’apertura dei cancelli. Come previsto, il concerto comincia alle 21.30 spaccate e, sempre come previsto, durerà più di due ore e mezza, finendo a mezzanotte ormai passata. Il pubblico è meravigliosamente eterogeneo, sia per “estrazione” sia per età anagrafica, e probabilmente io con i miei ventitré anni sono tra i più giovani avventori del locale. Un ragazzo ubriaco parla con una bellissima donna e le comunica il suo interessantissimo parere riguardo al disco pubblicato lo scorso anno assieme a Ståle Storløkken, ‘The Death Defying Unicorn’, definito molto poco saggiamente “una rottura di coglioni”. La bellissima donna lo fissa con sguardo pietoso rispondendo “seguo i Motorpsycho da diciott’anni; se pensi sia una rottura di coglioni non hai proprio capito chi sono i Motorpsycho”. Da potenziale milf si trasforma in donna angelicata, e l’ubriacone rimane stordito dal suo magico effetto, non proferendo più parola.

Sul palco non sono in tre, come storia insegna, bensì in quattro. Hanno infatti assoldato per le registrazioni dell’ultimo ‘Still Life With Eggplant’ il chitarrista svedese Reine Fiske, tanto per dare un po’ più di corpo al loro sound già incredibilmente pieno e coinvolgente. Attaccano con ‘The Year Zero’, e un pubblico composto quasi esclusivamente da fedelissimi (e sono moltissimi) straripa gioia da tutti i pori. Già con la successiva ‘The Ocean In Her Eyes’ l’atmosfera si scalda considerevolmente, e le note della band sembrano cuocere gli odori e gli umori del pubblico trasformando l’umido locale in una piccola bolgia d’amore e ammirazione. Anche i brani del nuovo (ottimo) album vengono accolti calorosamente, finché non si giunge a ‘Feel’, e la musica cambia. Chitarra acustica e mellotron, centinaia di voci che cantano tutte assieme, luci calde, e una meravigliosa sensazione di pace che permea la sala. Apparteniamo tutti ad un qualcosa di immensamente più grande di noi, e non c’è il tempo per decifrare tutto questo perché le emozioni salgono a galla e ce le viviviamo tutte, secondo dopo secondo: it feel so good to feel again. Le nostre voci abbracciano la band, e loro abbracciano noi lasciandoci il privilegio di cantare da soli il ritornello. Seguono altre brillanti prove, tra cui la sorpresa ‘Watersound’ che, giunta all’apice della tensione, esplode in un boato di gioia che incanta ogni singola fibra muscolare e che da il la ad una danza trascendentale che non segue alcuna logica, come se un qualche mostro sopito volesse liberarsi dal corpo di ogni spettatore. E poi suonano tutto ‘Blissard’, tutto quanto dall’inizio alla fine, e inserendo all’interno di ‘Manmower’ un brano della splendida ‘The Wheel’ (in molti speravamo che a quel punto la suonassero tutta, ma così non è stato purtroppo). E alla fine, dopo più di due ore e mezza di set, i Motorpsycho si congedano dal Circolo alla grande, mantenendo fede al patto stipulato già una ventina d’anni fa con il loro pubblico: siamo il miglior gruppo sulla faccia della Terra e ve lo dimostreremo ogni santissima volta.

Stefano Ribeca