Motorpsycho @ Alcatraz [Milano, 25/Maggio/2008]

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Quando si dice che il concerto che i Motorpsycho hanno tenuto all’Alcatraz di Milano “è durato due ore e tre quarti di fila” si intende proprio dire che il trio norvegese ha tenuto banco per i primi centoventi minuti senza concedersi alcun tipo di chiacchiericcio, autopresentazione, pause asciugamani, pause cazzeggio o pause caffè che fossero a distoglierli dal duro lavoro, e che successivamente è rientrato in scena ad ultimare l’opera con un bis a due riprese: è la smarrita logica d’acciaio dello stacanovista, una resistenza da centometristi che farebbe desistere dalla pratica del pogo anche il più inossidabile degli scapocciatori. Insperabile superare in lunghezza questi tre maniscalchi del rock “altro”, di fronte alle cui proporzioni anche l’impianto acustico del locale non se la sente e decide di abbozzare: il microfono della voce finisce missato sotto le suole delle scarpe mentre un chitarrone sparato a mille ci costringe ad apprezzare la porzione più mammuttonesca del sound e a mancare quasi del tutto, ahinoi, quelle venature melodiche che da sempre caratterizzano le loro linee vocali. Come se non bastasse, anche la pedaliera moog di Snah prende a fare i capricci: “it seems that ‘Heaven And Hell’ will actually go to Hell tonight” sentenzia Bent, guardando il collega inutilmente chino sul proprio marchingegno. Accantonata la cover degli Who si cambia programma e si improvvisa in quattro e quattrotto una scaletta alternativa che includa le quattro le suite del nuovo ‘Little Lucid Moments’, poste in tutto il loro splendore a punteggiare le diverse fasi del set: l’intero set in realtà sembra un’unica, enorme suite che alterna momenti più tirati a un cuore più morbido, utile se non altro a rilassare le membra della recluta Gapstad, che il feromone dei suoi ventisei anni costringe fradicio e in mutande già al secondo giro. In mezzo scorrono i ricordi, e non sono solo quelli di una discografia sterminata: ‘Walking On The Water’ e ‘Nothing To Say’ mantengono fresca la propria carica da anatemi adolescenziali e una doppietta di chitarre incrociate su ‘Carousel’ riesce addirittura a riassumere il suono del decennio che ci siamo lasciati alle spalle. Dal grunge alla psichedelica, dal college all’hard, qui si gioca con quella Memoria Collettiva del rock tout-court che molti dei presenti – a cominciare forse dal Manuel Agnelli “in borghese” avvistato a fine serata – condividono, e si divertono a vedere tanto strapazzata e al contempo onorata in tutte le sue forme dall’ostinato citazionismo dei finnici. Da una versione floydiana di ‘Little Lucid Moments’ può così scaturire con disinvoltura il quasi-metal di ‘Hogwash’, una vera e propria chicca recuperata dalle primissime incisioni, qui posta in chiusura come ultimo omaggio all’uditorio: è il regalo perfetto da parte di chi, dopo vent’anni di musica attiva, ancora ragiona come un adolescente feticista di vinili, passa le nottate fra i mixer della sala prove, viaggia per casa con la Fender a tracolla e magari ancora si attizza per un’incisione a presa diretta: potrà apparirvi nostalgica o magari anacronistica, ma sappiate che sopra le assi di un palco questa è ancora oggi logica che paga, e neanche poco.

Simone Dotto

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