Motorama @ Traffic [Roma, 16/Maggio/2017]

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Per riassumere la vita di ognuno, in maniera sintetica ma onesta, c’è un metodo infallibile: suddividerla in fasi. Tutti ne hanno passate varie, anche se poi alcune si tende a negarle, ci si vergogna ricorrendo all’autoironia, o, al contrario, ci si vanta – “ehi, io ci sono arrivato prima di voi” – ma come al solito nella vita di chi è al mondo per migliorarsi ed evolvere, si va avanti. Si buttano le Vans, erano le scarpe preferite fino a che sono diventate fastidiose alla vista, persino più che all’olfatto; si smette di comprare quella rivista che ti ha accompagnato mensilmente per oltre dieci anni, pensavi che sarebbe stata con te per sempre, ma a un certo punto era diventata più un inutile orpello di cui liberarsi che un puro piacere; mangi i carciofi che ti avevano sempre spaventato e interrompi col sushi, avendone abusato. Cambi giri di amici, superando fasi che mai avresti pensato, e partner, vedi sopra. Le fasi sono lì a descrivere ogni ambito della nostra vita, e la passione per la musica, di fasi, si nutrisce. A patto di non essere un talebano del metal, ma nel 2017 quella razza crediamo sia ormai estinta. C’è la fase Beatles, ma poi si cresce e si preferiscono i Rolling Stones, c’è la fase Smiths che è preponderante quando si è giù di corda, poi quelle degli altri punti cardine della musica, ma anche quelle per band minuscole, insignificanti nella storia della musica ma che spesso assurgono a vere e proprie star all’interno di personalissime fasi. Quella band che scopri nella colonna sonora di un film misconosciuto e della quale ti procuri tutta la discografia, salvo rinnegarla una volta approfondita. Quella che scopri live e poi ascolti per i mesi a seguire, con una fase tua e solo tua, ma poi quando passa un po’ di tempo e li ritrovi su un palco ti sembrano piatti e poco interessanti. È proprio quest’ultimo il caso dei Motorama, post-punk russo, da Rostov-on-Don, da non confondere con il duo italiano delle Motorama, protagoniste di molte scorribande sui palchi capitolini all’inizio degli anni Zero. Abbiamo conosciuto quello che all’epoca era un quintetto, in attività da quasi un decennio, al Circolo degli Artisti nel 2013, nella serata che fu galeotta per la formazione della band italiana degli Any Other, visto che i tre attuali membri erano tutti intenti, con i rispettivi progetti, a fare da band di spalla ai russi in due differenti opening act. Sono passati quattro anni da quel primo concerto e per chi divora musica quotidianamente è un’infinità, ma segniamo sul calendario la data, stuzzicati all’idea di rivedere la band russa, memori delle belle, vecchie sensazioni che ci aveva regalato. Andiamo in compagnia, rendendoci conto solo dopo mezz’ora che chi è con noi credeva di andare ad assistere al concerto DELLE Motorama, così quando, dopo l’apertura coi suoni piacevoli, ma datati, degli A Silent Noise, appaiono sul palco questi tre giganti sovietici con look da impiegati del catasto e grandi fan di Ian Curtis, il nostro compare ci chiede se si tratti di un secondo gruppo spalla. Siparietto curioso mentre la band di Rostov-on-Don, ormai uscita dallo stallo a cinque del passato, inizia a spron battuto a suonare, nella nuova formazione a tre. Il pubblico non è troppo numeroso, ma molto attento e dà l’impressione di avere una buona cultura musicale e di essere lì per puro amor di musica: i pochi telefoni che vediamo illuminare la sala sono i nostri, intenti a documentare e prendere appunti. La prima cosa a saltare all’occhio è che il frontman Vladislav Parshin inizierà a suonare con un basso senza body, così che lo strumento sul suo corpo da omone sembrerà ancor più una riproduzione in miniatura, così come la chitarra che tirerà fuori dal quarto pezzo in poi. I brani sono gettati in pasto ai fan uno dopo l’altro, senza pause, se non quelle, comunque contenute, dovute al cambio degli strumenti ed allo scambio degli stessi tra il frontman e Maxim Polivanov. Oleg Chernov, il batterista, prende posto sul lato sinistro del palco e può fare il suo lavoro senza essere disturbato, né risaltare più di tanto. Le atmosfere sono forse le più vicine che si possono trovare a quelle Joy Division, ancor più di quelle che permeano gli spettacoli di Peter Hook & The Lights, nel corso dei loro concerti tributo alla band, ma fondamentalmente assistiamo allo stesso show di quattro anni prima, senza che sia cambiata una virgola, eccetto la minore presenza di musicisti sul palco. Noi siamo più grandi e ne abbiamo viste di più e proprio il live dei Motorama del 2013 ci fa sembrare non così interessante questo del 2017, mentre vediamo che intorno a noi ci si diverte, qualcuno sorride, qualcuno è entusiasta. La scaletta è corposa, una ventina di brani comprensivi di encore che vengono suonati a spron battuto e che tengono conto dei singoli che in questi anni di carriera sono stati maggiormente apprezzati dai fan, che li sottolineano con le classiche urla stridule alla prima nota riconosciuta, un codice da concerto rock che ci incuriosisce sempre più, tanto da voler scavare fino alle origini per capire chi sia stato il primo a far partire la moda più lunga della storia della musica dal vivo. Ci sono ‘Ghost’ e ‘One Moment’, pezzi celebri di inizio carriera, c’è ‘Eyes’, l’ultimo singolo in ordine cronologico e quello che evidenzia, agli occhi di chi scrive, chi tra i presenti ha scoperto solo di recente la band russa. In finale un buon concerto a livello tecnico, qualche bel pezzo, ma forse troppa staticità nella carriera di una band che sta imitando se stessa, con l’aggravante di essere già di partenza un’imitazione (ben riuscita, va dato atto) di qualcos’altro.

Andrea Lucarini

Foto dell’autore

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