Morrissey @ Teatro Romano [Ostia Antica, 16/Luglio/2006]

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Concerti come questo possono avere diversi effetti collaterali. Concerti come questo possono cambiare la vita, entrare di diritto nella hall of fame dei ricordi personali o far parte più semplicemente delle cose più belle alle quali si è assistito negli ultimi dieci anni almeno. Il Teatro Romano di Ostia Antica è la cornice più straordinaria che occhio umano possa desiderare. Immerso negli scavi archeologici di uno dei siti di maggior importanza che la storia antica potesse consegnarci. [primi 100 punti]. Con questo “vantaggio” la cronaca giornalistica comincia ad assumere connotati di sentimentale parzialità.

– Arriviamo sul posto intorno alle 18. C’è già una fila scomposta che attende sull’uscio di casa. E mai come in questi casi, la varietà dei convenuti, abbraccia una gamma ampissima di modelli umani. Dark, vecchi dark, sosia del Moz, sosia di Elvis che sembrano il Moz, attempati over 40, tanti stranieri col sorriso stampato sulla faccia, turisti sbalorditi che defluiscono dal loro giro agli scavi, una combriccola di suore pigmee che passano a piè veloce impaurite da possibili ritorsioni da parte di Aguirre. E ancora magliette tarocche, la copia di Mick Jones, quella di Tom Verlaine da giovane, scarpe fluorescenti, impomatati ragazzi usciti dagli anni 80 con mazzi di fiori da regalare nelle mani di LUI. C’è tutto un mondo che testimonia quanto sia larga l’apertura alare di un artista immenso. 47 anni, da 19 immerso in una produzione solista di qualità sopraffina, da 24 icona incontrastata della musica britannica. Che poi è come dire della musica in generale.

– Alle 19.30 le porte si aprono. La fila è ormai prossima a superare tutto il parcheggio. L’organizzazione è perfetta. La puntualità anche. La gente non spinge. Non si accalca. Rispetta le posizioni assegnate dal buon senso e dalla civiltà. Il viale che conduce all’anfiteatro toglie il respiro. Lunghe serie di pini accompagnano l’emozione della gente. Il sole è ancora alto. Ma le sagome d’ombra dietro all’eternità andrebbero catturate e messe in un forziere. Non esiste al mondo un posto così. Il pensiero corre a mio nonno. Carabiniere in bicicletta, che mezzo secolo fa, girava tra queste rovine ottemperando ai propri doveri di custode. 50 anni fa ad Ostia Antica si viveva con le porte di casa aperte. Persino mia madre, oggi, era emozionata per me. Storie dal cordone ombelicale ancora vivo. Storie personali. Storie che un giorno si legheranno anche a Stephen Patrick Morrissey. L’eroe dell’adolescenza. Che in questa giornata dal sapore unico ha scelto di raccontarle in prima persona.

– Ad aprire l’evento ci pensa Kristeen Young assurta a nuova musa del Moz in virtù di una collaborazione a supporto del tour e ad altri legami produttivi. Quando sale sul palco insieme al batterista i primi commenti sono unanimi nel riconoscere la somiglianza con i Dresden Dolls – anche perchè nessuno sapeva che ci sarebbe stato un opening act. Comincio a far girare la voce tra le gradinate che la piccola ragazza in questione si chiama Kristeen Young. Aggredisce il suo piano con forza e veemenza. Ma a colpire è la grande voce che riesce a catturare una certa attenzione in un pubblico ancora distratto e impegnato a cercare posto. Ma la Young non accende i cuori. Perchè nella mezz’ora abbondante a lei destinata sembra che esegua un’unico brano di oltre trenta minuti. Ci si chiede dunque: dove sono le canzoni? Con l’amico Polverari discutiamo di quanti danni abbiano provocato Kate Bush e Tori Amos. Ecco i risultati. Rivedibile con riserva. E’ simpatica, carina, sa muoversi sul palco ma non basta. Almeno stasera. Noi siamo qui per sognare. Per cortesia si faccia da parte.

– Alle 22.00 capiamo che sta per accadere qualcosa. Il palco è bellissimo. La gran cassa della batteria è tricolore. Il gong campeggia solenne. Le colonne sembrano sorridere. Il Teatro Romano è sold out in ogni ordine di posto vivibile. Oltre 4000 persone. E’ tutto pronto. Il boato accompagna l’ingresso dei musicisti. Ma a catalizzare i migliaia di flash è solo LUI. Morrissey è in completo marrone. “Mamma Roma” sono le sue prime parole mentre si stringe la testa fra le mani. La musica è su Play-Start ma non si riescono a staccare gli occhi su quell’uomo di mezza età dal fascino sempiterno. La gestualità rapisce, ammalia e non riconsegna lucidità. Come quella voce. Che non ha eguali. Nessuna backing vocal. Niente di niente. Integro come sempre. Comincia a stringere mani alle prime file. Mentre si preparano i primi solitari assalti da parte di fan irriducibili e vogliosi di stringersi per un solo attimo al loro idolo anche a costo di venir presi da addetti alla sicurezza lesti come gazzelle e grossi come armadi di massello. Scorrono pezzi dagli ultimi due album. Che alla fine saranno quelli privilegiati quasi nella totalità. La sua band è un’automobile perfetta. Oliata. Omaggiano la vittoria degli azzurri indossando le “nostre” maglie. Più avanti Morrissey presenterà il tastierista come Fabio Cannavaro e se stesso come Toto (senza accento). Un attore alla sua recita migliore. Saranno quattro alla fine le camicie cambiate. Qualche chilo di troppo non fa da ostacolo ad uno strip in mezzo busto al termine di un brano. Ringrazia Kristeen Young che chiama “luce abbagliante”. Ringrazia noi per aver preferito il suo show a quello di Bob Dylan. Prende e mette in tasca i fiori che gli vengono lanciati. Mentre altri ragazzi/e tentano senza fortuna di sorprenderlo on stage. Da ricordare un clamoroso laccio californiano ai danni di un ragazzo in nero da parte del più enorme dei body guard! Un paio di concessioni smithsiane (accolta alla grande la celebre “How Soon Is Now?”), un altro agli album solisti del passato e poi solo “You Are The Quarry” e “Ringleader Of The Tormentors” che il Moz ricorda come si possa trovare da Ricordi e Messagerie. Non è ancora finita. C’è spazio per emozionarsi con “Life Is A Pigsty” e poi l’ultimo ritorno nel backstage prima di un bis non chiamato. Dopo un’ora e mezza precisa i sei protagonisti ringraziano. Ancora una volta. Tra cori e canzoni a memoria il pubblico tenta di ricondurli alla ragione. Ma quando parte la musica di riempimento capiamo che è veramente la fine.

– Si potrà discutere sulla scelta della scaletta. Dettagli. Ma rimane l’unicità di un evento irripetibile. Il magnetismo, il carisma, la grande presenza scenica di un artista che ha scritto una parte importante della storia recente non solo in ambito musicale. Chi c’era saprà farne tesoro. Chi c’era si starà chiedendo quali opzioni scegliere tra quelle elencate all’inizio di questo articolo. Che è stato scritto privilegiando il cuore rispetto alla ragione. E il cuore dice che Morrissey può cambiarti davvero la vita.

Emanuele Tamagnini

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