Morrissey @ Teatro Augusteo [Napoli, 7/Ottobre/2015]

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Vedi Napoli e poi Morrissey. Ci siamo fatti ispirare da un abusato proverbio per organizzare una trasferta infrasettimanale che per troppi motivi non poteva essere evitata: l’ultimo concerto romano di questo artista non ce lo eravamo goduti al meglio; il tumore all’esofago che lo ha colpito è stato sconfitto, ma ha iniziato a farcelo vedere come un (mai comune) mortale; le ultime dichiarazioni, in polemica con le case discografiche britanniche, ree di non offrirgli la possibilità di pubblicare ulteriori dischi, lo hanno visto lanciato in un’invettiva nella quale minacciava di non fare più concerti in UK, e chissà se anche altrove. È un animale da palco, vive per lo spettacolo e non ce lo figuriamo a fare una rinuncia così grande, ma il timore di rischiare di non vederlo più e quello di avere il rimpianto di essere mancati ad un concerto così a portata di mano ha fatto il resto. Quindi biglietto di platea in tasca e macchina alla volta di Napoli. Una Roma dispettosa e forse invidiosa ci bagna prima di partire, ma il viaggio scorre senza intoppi e tocchiamo il suolo del capuologo campano con buon anticipo. Tante sono le tappe di questo breve soggiorno. Si familiarizza col traffico locale e col fatto che i due navigatori del nostro iphone perdono la bussola a contatto con i vicoli di questa città. A seguire è il momento del giro turistico, scortati da chi conosce il posto meglio di noi. Ci lasciamo alle spalle Piazza Municipio ed imbocchiamo Via Toledo, dove proveremo la prima sfogliatella della nostra vita da chi quel prodotto lo ha sfornato per primo, la pasticceria Pintauro. Basterà girare a destra per trovare la venue. Il Teatro Augusteo, costruito tra il 1926 e il ’29, ma restaurato in due occasioni, ha una capienza di 1420 posti, tutti venduti per l’occasione, ed è piuttosto grande, anche se ad una prima occhiata non è facile notarlo, integrato com’è tra i palazzi dell’affollata Piazzetta Duca d’Aosta. Dopo aver ritirato i biglietti ci sarà tempo per una pizza e una birra, prima di tornare al teatro per corrispondere il nostro obolo al banchetto del merchandising. Entrati nella sala vediamo che la zona sotto al palco, peraltro non particolarmente spaziosa, è occupata da fan in piedi che in questo modo tolgono del tutto la visibilità agli spettatori con tagliandi di Poltronissima VIP, i quali più o meno platealmente decidono di esprimere il proprio dissenso. Ci accorpiamo ai ragazzi in piedi e assistiamo divertiti alla scena, mentre qualcuno alle nostre spalle dice che chi protesta non ha accettato la sconfitta con dignità. Acquistare la costosa prima fila e pretendere di vedere da seduti un concerto di Morrissey, non è mossa da uomo di mondo. Negli ultimi mesi abbiamo iniziato ad apprezzare maggiormente l’ultimo disco, ‘World Peace Is None of Your Business’, fatto ritirare dal mercato dall’artista stesso a causa di divergenze con l’etichetta che lo ha pubblicato. I motivi sono puramente di principio, non certo di gusto, prova ne sarà la massiccia presenza di brani tratti da quel disco nel concerto. Prima dell’inizio del live verranno proiettati su un telone posto sul palco gli ormai consueti filmati d’epoca: dai Ramones (eppure il giovane Moz scriveva lettere infuocate alle riviste musicali colpevoli di ritenere musica il punk…) a Charles Aznavour, in una versione culturalmente elevata della trasmissione Rai che passa ogni estate intorno all’ora di cena. Dura mezzora, proprio come quel programma, dopodiché il telo si alza e svela la band già schierata.

Ecco anche Moz, un re che odia la regina, vistosamente dimagrito rispetto ai concerti dello scorso anno. I capelli sono quasi del tutto bianchi, più che grigi, la camicia è azzurra, senza bottoni, ma con una zip. Si avvicina al microfono col fare di chi sta per dichiarare qualcosa di epico e invece dice soltanto “Napoli, non parlo bene italiano”. Piuttosto prevedibile per un inglese, ma un uomo che vuole stupire è ben cosciente del fatto che può farlo anche deludendo le aspettative. La scaletta rimarca quasi in toto quella degli ultimi concerti, con ‘Suedehead’ in apertura. È tonico, la voce è splendida nella sua particolarità, le sue movenze sono quelle dei momenti migliori. Nei live siamo abituati a concentrarci su ogni singolo membro delle band, ma con lui di fronte a noi – siamo in quarta fila centrale – la scena viene sottratta ai cinque musicisti. Non del tutto però, come quando viene lasciato il centro del palco al tastierista Gustavo Manzur che conclude ‘Speedway’ cantando in spagnolo, mentre Steven Patrick se ne sta di lato a suonare il tamburello basco. L’attenzione verrà attirata anche dal batterista, con lo strumento che reca l’immagine di Bruce Lee con una luce blu molto particolare e dal secondo chitarrista Jesse Tobias che si prende la scena cantando sul finale di ‘World Peace is None of Your Business’, title track dell’ultimo LP, dal quale i pezzi tratti sono ben cinque e sono apprezzati dai presenti, comunque piuttosto posati. Prima di ‘The Bullfighter Dies’, con la corrida raccontata tramite assonanze con i nomi delle città spagnole che portano avanti questa sanguinosa tradizione, svela di aver scritto una poesia che altro non è se non la ripetizione delle parole Pain, Shame e Spain, unite nel finale creando la frase Pain and Shame in Spain. Finita la recitazione, partirà la tromba che introdurrà il brano più breve dell’ultimo disco, neanche tre minuti, ma sufficienti a non fartelo dimenticare. Come da prassi, alcuni brani della setlist sono tratti dal catalogo The Smiths. Stavolta sono quattro, il primo dei quali sarà l’imprescindibile ‘How Soon Is Now?’. Il riff creato da Johnny Marr (impegnato in contemporanea in un concerto alla Albert Hall di Manchester, anch’esso sold out e con questo pezzo in scaletta) ha reso immortale la base, ma il testo non è da meno: il manifesto programmatico di ogni persona timida e non a proprio agio con se stesso, quindi della maggioranza degli esseri umani. Potremo ascoltarla anche cento volte dal vivo, ma il brivido sulla schiena non mancherà mai. Davanti all’interpretazione di Morrissey è impossibile staccare gli occhi e distogliersi, ma a quanto pare non per tutti, visto che al termine del brano, con occhi bassi, ma voce ferma e scandendo bene le parole, dirà “Stick your phones in your pockets”, seminando il panico a tal punto da far sparire d’incanto i telefoni dalle mani degli spettatori delle prime file. Solo per qualche minuto, sia chiaro. Nel corso di ‘Reader Meet Author’, ottimo ripescaggio di un brano del 1995, bello e dimenticato, alcuni ragazzi tireranno fuori dio solo sa da dove delle copie del primo romanzo breve di Moz, “List of The Lost”, già  esaurito nelle librerie inglesi a pochi giorni dalla sua uscita. L’autore prenderà il prodotto dalle mani di un lettore e lo mostrerà per pochi secondi, giusto il tempo di accorgersi che si tratta di una pubblicità troppo esplicita. Accetterà anche dei regali dai fan al termine del brano, in gran parte lettere e dvd di vecchi film italiani, speriamo con sottotitoli in inglese. Poi arriveranno il momento più dolce e quello più amaro dello show, a stretto contatto. Il primo è ‘You Have Killed Me’, nostro brano preferito dell’intera discografia solista del cantore di Manchester e tagliato nella scaletta della prima delle due serate romane dello scorso anno, guarda caso quella alla quale avevamo presenziato. Neanche il tempo di riprendersi dopo averla cantata a squarciagola e udiremo il nostro pronunciare “Meat is Shit”, capendo d’improvviso che i prossimi dieci minuti saranno molto difficili. È arrivato il momento di ‘Meat Is Murder’, brano del repertorio Smiths, accompagnato come sempre da un filmato nel quale si vedono macellazioni e violenze sugli animali, proposte senza timore di causare pesanti reazioni. Tutti conoscono l’attivismo dell’artista, animalista al punto di decidere di essere vegetariano, ma anche combattere chi non la pensa come lui, togliendo, in questo caso come in ogni altro suo concerto, la possibilità di mangiare carne e pesce in tutta l’area della venue. Al termine del brano, da noi ascoltato in buona parte con la testa bassa, per evitare il contatto col filmato che già conosciamo bene, noteremo una ragazza che si appoggerà su una poltrona, di spalle al palco, ed inizierà a piangere. Ci resterà per un paio di brani, prima di tornare al proprio posto. Non sappiamo se quella coscienza era già smossa di suo e si trattava di una non carnivora, ma ci piace pensare che Morrissey sia riuscito nel suo intento di convertire qualcuno alla sua religione, sebbene con questo metodo poco ortodosso. In ‘Everyday Is Like Sunday’ ci sarà spazio per una chicca, visto che inserirà nel ritornello la frase “Tell Me Quando Quando Quando”. Non un’esclusiva napoletana a dire il vero, visto che lo fa da alcuni mesi. Si chiuderà con altri due pezzi del periodo Smiths, ‘What She Said’ e ‘The Queen Is Dead’, unico brano dell’encore. Appena rientrato, dopo essersi cambiato di camicia (per gli arbitri dello stile, sempre sui toni del blu) lancerà tra il pubblico una maglia del Napoli Calcio con stampato sulle spalle il suo anno di nascita, il 59, ed il suo cognome. Nel giro di qualche istante entreremo in possesso di un brandello della stessa, dopo aver fatto notare ad una ragazza, che voleva il bottino tutto per se, che il rito dei concerti di Moz non prevede individualismi. Verrà così divisa in più parti, una per ogni fan adorante. Qualche istante dopo lancerà anche la camicia appena indossata, concludendo senza vestiti sul busto e mostrando una forma invidiabile. È il momento dei saluti e avviene piuttosto rapidamente, mentre alcuni ragazzi continuano ad accapigliarsi per la sua camicia. Prendiamo l’uscita opposta alla loro, pensando che sarebbero capaci di stare lì per sempre, ma invece no, nulla è eterno a questo mondo. Nulla tranne Morrissey.

Andrea Lucarini
@Lucarismi

Foto dell’autore