Morrissey @ Paladozza [Bologna, 17/Ottobre/2014]

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Ore 19.30. Sono ancora a casa. Vado? Non vado? Paladozza? Audio di merda sicuro. 50/60€ di biglietto sicuro. Persone con il cellulare in mano tutto il concerto strasicuro. Ressa per vederlo bene ancora più sicuro. No, non vado. Ore 19.45. Biglietteria Paladozza, 150 metri da casa mia. “Ti è rimasto un biglietto in piedi? No, solo gradinata 55€. Vabbeh dammi quello dai. No aspetta ne ho ancora uno, l’ultimo in piedi, 40€”. È il mio giorno fortunato mi par di capire. Ore 21.15 Joey Ramone sbilenco che canta ‘Loudmouth’, poi altri video… alcuni senza senso, i New York Dolls, i toreri infilzati dai tori, ‘Yesterday’s Man’. Ore 21.45. Eccolo finalmente Morrissey dopo che è calato quel maledetto sipario, entrano tutti assieme, tutti di bianco vestiti con le bretelle scure, eccetto sua Santità ovviamente vestito di nero; si salutano inchinandosi di fronte l’uno con l’altro e inizia quella che sarà una serata che non avevo previsto. OK, Morrissey, adesso sono tutto tuo, sono pronto ad innamorarmi di te. È la mia prima volta dal vivo, lo avevo sempre mancato ma senza farmi troppi crucci, sono allergico ai grandi eventi, anche se si tratta di uno come lui.

Tocca a ‘The Queen is Dead’ aprire la serata, un po’ una sorpresa visto che mi aspettavo subito qualcosa dal nuovo disco. Un Paladozza non strapieno accoglie con un boato lui, la band e soprattutto il celebre brano, magari sperando inconsciamente che di canzoni vecchie ce ne saranno tante. Speranza morta sul nascere. Il Moz ha fatto un disco straordinario, siamo a livelli di ‘Viva Hate’ o ‘Bona Drag’ per quel che mi riguarda, ma molta gente non deve averlo ascoltato minimamente vista l’indifferenza con cui accoglie i nuovi brani che compongono la stragrande maggioranza della scaletta. A me invece l’idea piace molto, mi piacciono persino le bonus track della special edition che per una volta nella vita non sono frattaglie ma sono al livello del disco “principale”, mi piacciono i musicisti e poi ‘World Piece Is None of Your Business’ ma sopratutto quel capolavoro che è ‘I’m Not A Man’. Piccoli miracoli musicali di un artista che non smette, non smette, non smette di scrivere canzoni di livello altissimo. Uno dei picchi per me è infatti proprio ‘I’m Not A Man’, accolta invece quasi nel silenzio totale. L’audio ha fatto abbastanza pena ma la cosa più grottesca è stato vedere riflesso sui video del maxi schermo la drammatica scritta CONAD, a rovinare tutta la poesia, frutto dei giochi di luce che a volte sbattevano contro la scritta in alto e la riflettevano dietro. Morrissey ha una faccia, un volto, un’espressione, un modo di tenere il microfono, ti mettersi le mani nei capelli o sul viso, che tira i tendini del cuore. Sei lì ipnotizzato davanti a quei superlativi assoluti che usa nei brani, alla semplicità, al languore di quelle frasi che ti fanno ansimare e ti chiedi come hai fatto a non pensarle tu quelle parole, erano lì pronte ad essere scritte o cantate e invece è sempre arrivato prima lui. Il concerto scorre via, sono tutti brani del nuovo disco, si sente qualche mugugno, io lo trovo invece eccellente, che canti una canzone vecchia o una nuova. Non mi importa niente. Ma mi sbagliavo. Mi sbagliavo davvero. Le tre canzoni finali sono un trittico che mi hanno spaccato il cuore in quattro. Prima ‘Meat Is Murder’ con il suo video ultracrudele sugli animali. L’effetto è ovviamente un pugno allo stomaco e metà delle persone, me incluso, non hanno il coraggio di guardare e ascoltano la canzone con gli occhi a fisssarsi le scarpe. L’immagine è fortissima, ti guardi attorno e ovunque vedi gente con le mani sul volto o con la testa china. Senza pietà il video mostra tutto il peggio del male dell’uomo. È dura far scattare un applauso alla fine. Colpiti al cuore, al cervello, allo stomaco. Catarsi completa. È tempo di bis. ‘Asleep’, Morrissey come prima canzone dei bis ha cantanto ‘Asleep’. Sappiamo tutti quanto sia bella, quanto sia romantica, essenziale, meravigliosa. Ma dopo la notizia sulla sua salute quelle parole “Dont wake me in the morning, i really want to go, there is another world” fanno tremare un po’ tutti. Io faccio fatica, lo ammetto candidamente e mi ritrovo, unica volta nella mia vita in un concerto, a dover fare i conti con le lacrime che son lì pronte a cadermi sulla guancia. Non cadono per ora. Ma lo fanno quando le prime note di ‘Every Day Is Like Sunday’ si liberano dal basso e dalla chitarra. Ed eccole qui, inaspettate, improvvise, oserei dire mai viste, due, tre, quattro… Cantiamo tutti ognuno con il suo stato d’animo diverso; c’è chi sente il bisogno di confessarsi qualcosa in quel ritornello, chi fa i conti con la propria vita. Succede in quei tre minuti finali. Si alzano le luci e me ne scappo via, ho biosgno di un locale, le chiacchiere e la birra. OK, Morrissey hai avuto il mio cuore. Tutto.

Dante Natale

2 COMMENTS

  1. Condivido ogni parola. Complimenti. Ė così. Morrissey è tutto, tutto questo. Musica, testi, voce, gesti e immagini che non si (e ti) risparmiano.

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