Morrissey @ Auditorium [Roma, 7/Luglio/2012]

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Mia cara Matilde, quando sarai in grado di leggere e comprendere questa lettera, probabilmente avrai avuto da tempo la libertà di curiosare a piene mani nella discografia di casa che custodisco gelosamente. Quasi sicuramente sarai già arrivata all’altezza della lettera “S” unita inspiegabilmente da un’ideale linea d’orizzonte con la lettera “M”. Ebbi già modo di raccontare più volte a tua mamma come la musica di quei quattro “signori” chiamati The Smiths (da te candidamente pronunziati “smiss”) molti, molti anni fa sia stata capace di cambiare la vita del tuo papà, tredicenne tormentato, diviso tra piccole feste tempodellemele al sapor d’arancia gassata (quelle a cui auguro presto tu possa partecipare, così bella, così semplicemente) e rispettose-voluminose cataste di vinili d’ogni genere e sorta. I giorni della scuola, delle neve, delle corse nascoste in motorino, del piccolo cane e della cameretta rifugio con appesi alle pareti scure i poster spiegazzati del pop sintetico. Joe Dallessandro a petto nudo in copertina fu una domanda prima ancora che uno shock, fu l’inizio di un breve viaggio artistico, fu l’inizio di un amore che non si è mai interrotto. Quasi trent’anni dopo non c’è allora da sorprendersi se sono ancora qui a scrivere di quelle emozioni, di quelle canzoni, di quegli sguardi alla finestra di un piano troppo basso per provare a volare, troppo alto per avere il coraggio di farlo. Ti consiglierò in seguito di iniziare da ‘I Know It’s Over’, lei che è stata compagna di molte giornate grigie, che mi ha donato la forza di camminare due passi sempre in avanti, mentre gli anni ’80 come piccoli roditori sbocconcellavano adolescenti certezze, convincendomi a mettere una camicia blu ed un cravattino dalla sfumatura più tenue, mentre l’atletica, dopotutto, non faceva per me. Ma le storie belle, si dice, sono destinate a finire presto. Così il “signore” con il microfono in mano, quello che canta le canzoni, un giorno si sveglia annoiato, non ne può più di guardare negli occhi il minuto compagno dai capelli corvini, tanto da decidere di voler continuare a fare dischi in assoluta solitudine e libertà. Questo signore, so che lo sai mia prediletta, si chiama Morrissey (“morrisi” esattamente come lo hai pronunziato la prima volta) e da quello storico momento ogni album da lui prodotto è finito, come vedi, nelle mani e nel cuore di papà ed oggi si trova esattamente su quell’orizzonte, ricoperto dal profumo del legno svedese a basso costo. Lasciati allora raccontare come, molto prima che tu nascessi, ho avuto l’eccezionale occasione di assistere ad un suo concerto, nello scenario solenne che anni addietro fu caro ad una bimba con le treccine e il sorriso molto più adulto della sua età, scenario che allietava gli assolati pomeriggi di quella che diventerà poi tua nonna, un anfiteatro austero che nell’estate di sei anni fa accolse quest’uomo, icona assoluta di un periodo irripetibile, protagonista di una serata miracolosa scandita dall’alternarsi di autentiche illuminazioni dell’anima e ripetuti cambi di camicie sudate. Non potevo certo immaginare cosa sarebbe accaduto di lì a pochi mesi, impossibile prevedere i mutamenti in movimento che la vita ti regala (o sarebbe più giusto dire che la vita ti impone di cogliere al volo), ma siamo tutti artefici del nostro destino, motivo per cui io e tua madre, ancora più legati e stretti di quanto fossimo qualche mese fa, ci ritroviamo per la prima volta insieme a vivere il presente, a respirare l’aria d’estate, ad attendere come fidanzatini eccitati d’emozione il concerto, l’evento.

Permettimi tesoro di scomodare gli antichi greci, che nel loro tentativo di spiegare e capire l’universo e la natura, si presero la briga di inventare storie, di inventare i miti. Dei di sovrumana potenza e di umana imperfezione, trasgressori ed imponderabili, magnificati. Materia che avrei tempo di studiare ma che può risultare assolutamente efficace per spiegare Steven Patrick Morrissey. Un Dio dell’arte e non un narciso come troverei scritto in qualche parte sbagliata di mondo, se è vero che il figlio di Liriope e Cefiso fu punito dagli Dei per aver respinto tutti i suoi pretendenti di sesso maschile. Morrissey dotato di spiccata hybris, se è vero invece che egli è arrivato (forse) a violare (alcune) leggi morali e divine, ma andrei oltre affermando che l’artista del Lancashire è senza dubbio figlio di Zeus e Mnemosýne, Morrissey è una Musa, o anzi è le Muse. Ideale supremo dell’arte. Calliope dallo sguardo bello e dell’epica poesia, Clio e la storia, Erato a provocare il desiderio, Euterpe che rallegra, Melpomene è colei che canta, Polimnia e i suoi innumerevoli inni, Talia e la maschera di una commedia, Tersicore leggera come la danza che rappresenta, Urania è il celeste. Come vedi non è poi stato un reato scomodare la mitologia ellenica.

Mia figlia adorata, ti verrà ora narrata una giornata da incorniciare, iniziata col sole alto e con i tuoi nuovi sandaletti bianchi, di quel colore puro che ti si addice alla perfezione, e continuata tra le braccia forti della tua lucente mamma. Ti parlerò allora di quando arrivammo al cospetto dell’imponente struttura dell’auditorium dopo averti lasciato tra carte e bambole di pezza, tra “cuginetti” più grandi e piccoli limoni da giardino, di come tutt’attorno, per un attimo, ci sembrò scomparire, di come fossimo tornati a rimembrare l’austerità. Ti insegnerò un giorno a comprendere la differenza che passa tra un artista importante ed un artista fondamentale, tra uno grande ed uno che può (sempre) cambiarti la vita, imparerai così a distinguere il bello dallo splendore e rileggerai questa lettera sorridendo fino a farti venire quelle adorabili fossette sulle guance che son sicuro avrai sempre esuberanti. Capirai certamente la nostra irrefrenabile emozione quando Morrissey alle 22 in punto fece il suo ingresso accolto dal boato di un pubblico “pieno”, trasversalmente presente almeno in quattro generazioni. L’avresti dovuto vedere al centro di quel palco presentarsi urlando per tre volte “Mamma Roma”, camicia celeste e jeans blu scuro, ed iniziare l’incantesimo con ‘Shoplifters Of The World Unite’, brano che è incastonato nella storia di quegli anni ’80 raccontati poco fa. Da quel momento si è trattato di un incantesimo, ancora una volta rapiti dal carisma, dal megnetismo, dalla teatralità, dalla simpatia che mai trascende, dalla disponibilità a stringere quelle mani che tese e vogliose lo hanno cinto per l’intero concerto, dalla voce munifica e superba, dalla scelta di una scaletta di enorme fascino, fino al gesto liberatorio che lo ha portato a gettare una camicia al pubblico in segno di estremo amore a chi amore gli confessava fin dal primo minuto. Non mi sono trattenuto e da qualche parte in rete (chissà come sarà diventata e se ancora si chiamerà così) troverai almeno cinque-sei video che ho confezionato con quella piccola macchina fotografica un po’ sgangherata che è stata testimone dei tuoi primi anni e protagonista di una gran parte dell’avventura musicale di queste pagine che tu ben conosci. Potrai avere la conferma di quanto Morrissey sia stato Morrissey. Di come abbia saputo commuovere con gli oltre cinque minuti di ‘I Know It’s Over’ o con i quasi tre di ‘Let Me Kiss You’, di come abbia saputo far riflettere raggelando i cuori con ‘Meat Is Murder’ rimanendo coerente sempre e comunque, di come abbia saputo scatenare un’alternanza di istinti (alti, bassi e medi) con alcuni dei suoi classici (ti prego un giorno di scoprire la bellezza di ‘Maladjusted’), di come abbia voluto meticolosamente piazzare alcune perle omaggiando ad esempio la nostra tradizione con ‘To Give (The Reason I Live)’ che altro non è che ‘Io per lei’ dei Camaleonti (anche se la storia dell’origine è praticamente oriunda) o proponendo una sempre delicatadimenticata ‘Ouija Board Ouija Board’ (la troverai su ‘Bona Drag’), di come abbia altresì voluto griffare il presente con la nuova-epica ‘Scandinavia’.

Sono certo che ti starai chiedendo in che stato emotivo si trovava tua madre… beh sarà lei a risponderti ma ti posso anticipare che la sua gioia è stata tanta, presa a scattare foto sfocate, saltellando e urlando come un adolescente al suo primo concerto, assicurandosi però anche che tu stessi bene, avendo tenuto aperto un filo diretto con la zia. Di questa splendida serata rimarrà tutto. I nostri amici mano nella mano, il volo alto degli uccelli illuminato dalle stroboscopiche, la corsa curiosa al merchandise, gli status per condividere col mondo, le mani tese verso il cielo, gli sguardi d’intesa, i baci caldi e quella foto-ricordo con le magliette comprate con gli ultimi soldini rimasti, senza preoccuparci di averle acquistate uguali, senza preoccuparci di essere stati così felici. Mia cara Matilde, quando sarai in grado di leggere e comprendere questa lettera, avrò forse qualche capello bianco in più, qualche paura in più, ma sarò assolutamente sereno di averti fugato ogni dubbio sul perchè un concerto di Morrissey può cambiarti la vita, vita che da tempo avrai fatto tua, così bella, così semplicemente.

Con infinito amore, tuo padre.

Emanuele Tamagnini

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