Morrissey @ Atlantico Live [Roma, 14/Ottobre/2014]

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Ho scoperto gli Smiths in adolescenza, come tanti. Galeotto fu “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi, in quel passaggio in cui viene citato lo struggente ritornello di ‘There Is A Light That Never Goes Out’. Mi sono innamorato delle chitarre jingle-jangle di Johnny Marr e della voce cristallina di Morrissey. Ho guardato con ammirazione alla straordinaria epopea di una band che, in soli cinque anni, ha composto alcune delle canzoni più belle di sempre, creando uno stile unico destinato a fare scuola. Su tutto poi ho interiorizzato i testi superlativi di un uomo capace di scrivere melodie vocali perfette con parole che raccontano le emozioni in modo eccezionale e irripetibile. Un uomo che aveva bisogno di essere amato, proprio come chiunque altro. Oggi Steven Patrick Morrissey ha superato i cinquant’anni e, del glorioso passato, vuol saperne ben poco: basta lo spazio di qualche brano nella scaletta dei concerti. Di reunion degli Smiths nemmeno a parlarne. D’altronde, da quel ‘Viva Hate’ che nel 1988 segnò l’inizio della sua carriera solista sono passati ventiquattro anni, un lasso di tempo in cui il mancuniano a proprio nome ha regalato nuovi capolavori, ottimi album e anche qualche episodio fuori fuoco che tuttavia gli si perdona volentieri. Con quella voce, in fondo, Morrissey può permettersi tutto, intransigenza vegetariana compresa. L’ultima fatica discografica, ‘World Peace Is None Of Your Business’, è rimasta sul mercato pochi mesi a causa delle liti con l’etichetta Harvest ma comunque va a comporre buona parte della scaletta di questo nuovo tour e a soddisfare le ugole di quanti, fra i fan, ne hanno già imparato a memoria i testi. Vuoi per l’eterogeneità anagrafica, vuoi per la devozione con cui l’artista viene accolto e tributato nel corso dello show, la cornice di pubblico presente all’Atlantico nella seconda delle date romane – solo la prima è andata sold-out – si palesa magnifica al cospetto di Morrissey. Gli occhi dei presenti, com’è logico che sia, sono tutti incollati sulla sua figura, con buona pace degli onesti e capaci musicisti che lo accompagnano.

Morrissey è unico ed infinito. Un leone che non ha paura di vivere nonostante il cancro che ha in corpo, con la fame di chi ha ancora voglia di stare sul palco e perseguire la propria arte, fermamente convinto delle proprie idee. Un figlio dei giganti del passato, tributati in una video-collection prima del concerto (vengono trasmessi video di repertorio, tra gli altri, di Ramones, New York Dolls e Charles Aznavour). Uno spirito libero che non si è mai stancato di sputare sulla famiglia reale inglese, puntualmente bistrattata sulle note dell’iniziale ‘The Queen Is Dead’ con una Regina Elisabetta che mostra il dito medio e la coppia William-Kate su una bandiera recante la voce “United King-Dumb”. Un’anima pura che, a costo di passare per invasato, non ha mai abbandonato la propria causa animalista, insistendo a sbattere in faccia ai presenti la crudeltà umana nei confronti di altre specie viventi sul manifesto ‘Meat Is Murder’ o a glorificare la vittoria del toro sul suo aguzzino nella nuova ‘The Bullfighter Dies’. Una voce immortale, immutata nella sua bellezza senza tempo, intatta nella sua profonda umanità. Un artista che crede fortemente e a ragione nella propria opera, capace di prescindere dall’ingombrante passato targato Smiths e di dare in pasto ai presenti le sue creazioni più recenti, senza comode dietrologie rassicuranti. Un amante dell’Italia, sincero nel riproporre ‘You Have Killed Me’ con i suoi riferimenti alla Città Eterna e a Pasolini e ironico nel citare l’insospettabile Rita Pavone come fonte d’ispirazione per ‘I Know It’s Over’ (brano che a detta sua però non verrà mai più eseguito dal vivo). Uno splendido cinquantenne che non si vergogna a mostrare il proprio fisico quando, sulla conclusiva, eterna ‘Everyday Is Like Sunday’, lancia al pubblico la sua camicia che, con l’aiuto dello staff dell’artista, verrà fatta a brandelli pur di essere redistribuita a mo’ di reliquia tra le prime file. Dell’anima infinita di Morrissey, soprattutto, porto via con me la sua voce emozionante e la sua figura magnetica durante l’esecuzione di ‘How Soon Is Now?’ e ‘Asleep’, i due classici degli Smiths tra i quattro eseguiti a Roma. Una scelta banale ma ovvia, e non solo per i brividi generati dal vibrato della chitarra che fu di Johnny Marr nella prima e dal mesto incipit pianistico della seconda o per il significato affettivo che quelle canzoni hanno su chi ama Morrissey. La ragione principale è tutta nelle lacrime sincere che hanno solcato il mio viso mentre quei versi stupefacenti venivano cantati dall’ugola irripetibile di un essere umano, troppo umano, e forse proprio per questo quanto mai vicino ad icona divina. Lunga vita a te, Moz, sommo cantore dei nostri umani sentimenti.

Livio Ghilardi

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