Morrissey @ Atlantico Live [Roma, 13-14/Ottobre/2014]

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Una surreale e ancor calda domenica sera benché sia metà ottobre, un appuntamento tra amici fuori dalla stazione metro di Cipro: Piero, in ritardo, dopo aver passato quasi dieci minuti in sosta in una galleria, e Andrea con la sua auto, la destinazione è il Teatro Delle Vittorie, dove è in programma la diretta di Gazebo, uno dei prodotti peggiori della nostra era, se non altro perché chi lo conduce si sente un grand’intellettuale per aver messo in piedi una trasmissione che si basa sulla lettura ed il commento dei tweet migliori della settimana, operazione che qualunque essere umano dai 6 ai 100 anni, alfabetizzato e dotato di una connessione ad internet, potrebbe svolgere senza fatica e probabilmente con maggior arguzia. A noi di Zoro, Makkox e compagnia non frega nulla. Siamo qui per Lui, l’unico, vero Steven Patrick Morrissey, per un’apparizione televisiva, quasi una rarità nonostante il calibro del personaggio in questione, viste le sue lamentele per gli scarsi inviti in tal senso nell’ultimo periodo a livello mondiale. Il Moz apre la trasmissione, esibendosi nel nuovo singolo ‘The Bullfighter Dies’, una critica alla corrida nel suo classico stile acuto e pungente ma noi la vedremo solo il giorno dopo. Abbiamo il cuore a mille, l’auto la parcheggiamo come peggio non si potrebbe, siamo in attesa spasmodica manco avessimo ancora anni 13, cifra pure titolo di un disco caro a entrambi, di una band “responsabile” della nostra amicizia, nonché rappresentativa della nostra prima “caccia all’uomo” per le strade di Roma, coronata dal successo. Notiamo pochi segnali importanti: un furgone nero davanti all’uscita secondaria, un gruppo di fan davanti al teatro, gente che parla in inglese di taxi. Il furgone si sposta e accoglie i musicisti della band che sfilano. Lui non c’è. Restiamo in attesa ma nulla, fantastichiamo come possa esser uscito, non ci capacitiamo che possa esser sfuggito. La soluzione del mistero, scoperta l’indomani, sarà banalissima: quella maledetta lunga pausa prigioniero dei vagoni risulterà fatale in quanto il Moz aveva già lasciato gli studi prima del nostro arrivo. Ovvio scoramento, probabilmente non capiterà più un’occasione del genere. Ma lì e allora, quella sera è stato bello immaginare un Morrissey che lascia il teatro dall’uscita secondaria a piedi, pronto a perdersi per le strade della Capitale nella calma della notte, con i suoi sguardi verso le magnificenze eterne dell’Urbe non scalfite dalla decadenza odierna. Altrettanto suggestiva è una improbabile caccia che si trasforma in un tour dei luoghi simbolo della Roma del Morrissey, dalla Gay Street fino all’Hotel de Roussie, mentre lo stereo è decisamente monotematico e urliamo a squarciagola ora quel verso con cui il Nostro ha immortalato Piazza Cavour, pur fermi a un semaforo sulla Labicana, ora quel brano così malinconico che è ‘Still Ill’, memori che sia comunque il modo migliore di essere, come Lui declamò fiero in una magica notte di luglio di due anni fa e noi, manco a dirlo, c’eravamo.

E non possiamo non esserci ancora la sera di lunedì, al Palazzetto di Viale dell’Oceano Atlantico per il primo dei due concerti romani: diversa venue, diverse sensazioni. Impossibile non notare da subito la perquisizione delle borse, controllate non alla ricerca di oggetti contundenti, ma di carne e pesce, vietati come da richiesta dello stesso artista e rammentato dai cartelli che tappezzano la venue. Che poi raramente in una sala concerti al chiuso si siano viste persone pasteggiare con hamburger o pescispada è un altro discorso, questo però è uno dei pochi casi in cui non è il cliente ad avere ragione, ma l’artista, anzi Morrissey, a prescindere. Al punto che anche l’angolo ristoro all’interno dell’Atlantico sarà particolare, proponendo al posto delle solite salsicce viste arrostire dai camion fuori dai cancelli, soltanto cibo per vegetariani. Volontà del boss. Dopo aver trafugato, in un impeto di foga ed egoismo, uno dei tanti maxi poster che abbelliscono le porte d’ingresso del locale, siamo pronti a varcare le soglie, con largo anticipo. La situazione non sembra particolarmente invivibile, di calca non ce n’è poi tanta e ci è subito chiaro che, nonostante il sold out dichiarato da giorni, non saremo poi così stretti. Sul palco c’è un grande telo sul quale vengono proiettate immagini di cantanti di epoche passate e sketch. Il pubblico, in aumento, ma non tale da diminuire lo spazio vitale, si sollazza ma non si esalta, almeno fino a quando gli altoparlanti non sparano ‘The Bullfighter Dies’, accompagnato da frammenti video tratti da varie corride, le prime con l’uomo che ha la meglio sull’animale, le successive con il toro che si ribella ed incorna, anche in maniera violentissima, il matador. “Certo che dimostrerebbe un gran carattere se facesse ‘Margaret on the Guillotine’” (dedicata con tanto odio alla Thatcher, passata a miglior vita alcuni mesi fa), diciamo al vicino di posto che annuisce. Due secondi dopo appare, formato gigante, la foto della Lady di Ferro sul maxischermo, intenta a fare il dito medio con entrambe le mani. Ora sì che è il momento, le luci si spengono completamente ed eccoli là, Steven Patrick e la sua band, Lui in camicia grigia, loro in camicia bianca e bretelle. C’è ‘The Queen is Dead’, mentre la Thatcher lascia il posto al Principe William e Kate Middleton con l’emblematica scritta UNITED KING-DUMB a coprirgli la pancia. Un inizio senza peli sulla lingua e con una capacità vocale e scenica immutata, nonostante i suoi ben noti problemi di salute. “Fantastica!” è la sua prima frase in italiano, che raccoglie l’eredità del “Mamma Roma” ripetuto per ben tre volte, due anni fa, all’ingresso sul palco dell’Auditorium. Ancora ‘The Bullfighter Dies’ inaugura la sequenza di brani estratti dal nuovo album, ‘World Peace Is None Of Your Business’, arrivato dopo un’attesa di ben cinque anni e di infinite polemiche, prima per la mancanza di label interessate e poi per il licenziamento di Morrissey annunciato dalla Harvest, accusata di non aver promosso adeguatamente il disco. Ciò che emerge, ancora una volta e Narciso o meno, è la fiducia che Morrissey ripone nei nuovi brani, proposti senza soluzione di continuità nella serata al punto da occupare metà della scaletta: la verità è che il disco, pur carino, pecca di latinismi e banalità abbondanti. Ma come resistergli? Come pensare di non cedere a quel fascino solo appena frustrato dal passar del tempo, quella voce suadente e quelle movenze così vere, quelle mani e quelli sguardi concessi alle prime file? “So che vorreste dirmi tante cose ma adesso sono io che devo dirvi qualcosa” e attacca la dolce nenia di ‘Earth Is The Loneliest Planet’. Ma ogni considerazione, parere, opinione non può che sbriciolarsi di fronte ancora una volta a ‘How Soon Is Now?’: un solo brano per far riemergere dal cassetto dei ricordi pomeriggi, settimane, mesi e anni interi di ascolti ed emozioni, ovunque e idealmente sotto il cielo plumbeo di Manchester, sempre con quella voce che può contorcere l’anima ed esplorarne ogni angolo fino a farci sentire soli anche in una sala con duemila persone o riscaldarci con l’abbraccio agrodolce di ‘I’m Throwing My Arms Around Paris’. Il miglior Morrissey stasera emerge tra le pieghe ironiche di ‘Trouble Loves Me’ e dalla tripletta incredibile di ‘To Give (Is The Reason I Live)’, con tanto di titolo ripetuto una volta finito il brano come a voler dire “Questo è ciò che sono!”, l’immancabile, squassante e disturbante ‘Meat Is Murder’ con atroci video e  lo stesso Moz a guardar con le mani nei capelli e quella ‘Speedway’ che è forse il brano migliore di tutto il concerto. Prima di vedere uscire di scena il chitarrista Jesse Tobias e il bassista Solomon Walker, già debitamente presentati assieme al fido Boz Boorer, Matt Walker e la new entry Gustavo Manzur, vedere le luci abbassarsi e un faro illuminare Lui e solo Lui. Per colpirci, ammaliarci, conquistarci ancora una volta con la delicata, malinconica, avvolgente ‘Asleep’, l’ultimo recupero concesso stasera dal patrimonio Smiths, il brano con cui davvero tiriamo in alto cuori e sorrisi. L’unico bis concesso, con tanto di camicia (appena cambiata e oggettivamente orrenda) offerta in pasto al pubblico prima di lasciare definitivamente lo stage è ‘Everyday is Like Sunday’. Dopo non c’è tempo per stupide constatazioni su durata o scaletta, Steven Patrick Morrissey è questo, è sempre stato questo, prendere o lasciare. E noi lo sappiamo e stasera abbiamo un’altra certezza: non saranno malattie o concerti cancellati a farci desistere, che sia o meno il tuo ultimo tour non importa, we’ll always stay true to you, Steven Patrick. E anzi, ci vediamo pure domani sera.

Certo, Andrea non ci sarà per motivi di “lavoro”. Ne approfitterò io, Piero, per raccogliere l’invocazione di ‘Kiss Me A Lot’ per riempire di baci la donna più bella del mondo, per sentire Morrissey presentarsi stavolta con “Un privilegio!” al pubblico romano a cui dedicherà la più romana delle sue canzoni, ‘You Have Killed Me’ pur privata delle menzioni di “Accattone” e Anna Magnani e unica variazione apportata alla scaletta. Alla platea, il Moz racconterà anche di un brano che si chiama ‘I Know It’s Over’ facendomi sobbalzare solo ripensando ai brividi di due anni fa. Purtroppo, però, dirà anche di non volerla mai più cantare: “quel brano è stato ispirato da una canzone di Rita Pavone…se la ascoltate, noterete due melodie simili. Adesso canterò un’altra canzone. E non è di Rita Pavone” prima di attaccare ‘Kick The Bride Down The Aisle’. Rispetto a lunedì, una sera più tranquilla, con meno pubblico, un po’ in tono minore e chiusa con il pubblico del Moz che prende d’assedio la sua auto parcheggiata subito fuori dalla sala, sperando in una sua apparizione. Per chi scrive, una serata gravata dalla notizia della morte di Isaiah “Ikey” Owens, conosciuto anni fa e visto l’ultima  volta in una divertente e raminga notte insieme a Roma tre anni fa, appendice di una serata iniziata male con il concerto della sua band cancellato. A lui è dedico la “mia metà” di questo report a quattro mani che son felice di aver condiviso con l’amico Andrea, chissà che per pareggiare i conti non scriva del Moz a Pescara…

Piero Apruzzese & Andrea Lucarini