Moon Duo @ Parco del Torrione Prenestino [Roma, 7/Agosto/2013]

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Difficile stabilire con precisione cronologica dove tutto abbia avuto inizio. Qual è stata la prima coppia di sangue e d’altare a lanciare una nuova concezione di fare musica su di un palco. La musica in due, uomo/donna, maschio/femmina, fratello/sorella, moglie/marito, amore/odio, sesso/interesse, pene/vagina. In questo contesto, decisamente inflazionato e al limite del naturale rigetto, si sono inseriti da circa quattro anni anche i californiani sulle strade di San Francisco Sanae Yamada (alla prima esperienza musicale) e il consorte Erik Johnson (‪Wooden Shjips‬) = Moon Duo. Escludendo l’EP di debutto del 2009 sono tre gli album pubblicati in altrettani anni di sorprendente fertilità artistica, figlia (forse) di una smania (comprensibile?) di cavalcare l’onda lunga del revivalismo totale della psichedelia (in ogni forma, da ogni latitudine, con qualsiasi radice). ‘Escape’ (il migliore), ‘Mazes’ (il più noto) e ‘Circles’ (il più furbo) i tre passi sopra un cielo che ancora una volta proviamo a testare dal vivo, giunti al limite finale di una stagione fin qui ricchissima di emozioni. Pigneto Spazio Aperto è coraggio periferico. Una rassegna-oasi costruita nel nulla che sta diventando un piccolo-grande appuntamento a cui è impossibile non presenziare almeno una volta all’anno. Il caldo sparato da un gigantesco phon posizionato nel cielo dal Padre Supremo non impedisce alla riserva agostana di farsi numerosa nel parchetto ai piedi del rudere prenestino. Odore di polvere e cucinato. Odore di musica eseguita in apertura dai Lone Horn (già apprezzati nel giorno di Marnie Sternleggi) e dai Trans Upper Egypt. Psichedelia e gusto retrò, afrobeat e trance reiterata, caratteristiche che servono per aprire il campo al Moon Duo, che diventa evidentemente Moon Trio con l’aggiunta di un essenziale batterista farfallone (o pasticcione se preferite). La prima parte del set è purtroppo, a malincuore, decisamente piatta, uniforme, finanche monotona. I pezzi sono tutti consanguinei e a farla da padrone sono le reiterazioni elettro-Suicide-esque da sempre fulcro della proposta della coppia californiana. Il meglio arriva quando, inevitabilmente, è la chitarra di Johnson a prendere il sopravvento, quando cioè al musicista “parte la nave” giusta per distaccarsi/ci dalla realtà. Dimenticate però lo space drone rock della sua band madre (che Dio abbia cura di loro), perchè le aperture verso lidi semicosmici si contano sulle dita di una mano, e solo nel finale (il bis chiamato a bassa voce e con quattro applausi) i tre decidono di aggredire, di lasciare un piccolo segno della loro presenza. Sinceramente trovo questa psichedelia edulcorata, questo “bignamino” derivativo, questo stare nel mezzo (quasi in sospensione), un divertissement assolutamente non propedeutico alla causa del sapere. Il Moon Duo richiama ormai, suo malgrado, pezzi di un pubblico trasversalmente indie, che con questa “psichedelia” da catena alimentare può sfamare le smanie e i pruriti provocati dall’hype e dall’omologazione più trendy. A San Francisco, fortunatamente, tira tutta un’altra aria.

Emanuele Tamagnini

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