Moon Duo @ Circolo Andrea Doria [Roma, 19/Luglio/2016]

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La giornata è stata lunga e calda, non eccessivamente per fortuna. Dopo l’intervista pomeridiana con Sanae Yamada si iniziavano a vedere, dalla zona dietro al palco, i primi spettatori accorsi alla spicciolata. Dico la verità, all’inizio non sembravano molti e temevo il flop, non fosse altro che la combinazione: “data infrasettimanale + zona di Roma poco battuta dal circuito live” avevo paura che potesse rivelarsi numericamente fatale per una band cult ma di nicchia come i Moon Duo, invece quando a metà set degli apripista Winter Severity Index mi affaccio dall’altra parte dello stage mi imbatto in una platea inaspettatamente folta, meno male. Gli italiani Winter Severity Index tengono bene il palco con la loro proposta che rimbalza stilisticamente tra new wave e shoegaze, attirando anche una fetta di pubblico più vicina alla scena dark che non a quella psych. Che poi come sappiamo, oggi parlando di “psych” si dice un po’ tutto e niente, tra varie correnti e filoni accomunate tra loro purché vi sia del riverbero che conduca all’estraniazione, i Moon Duo non fanno di certo eccezione, partendo da questa componente per poi esplorare lidi spaziali con consolidata efficacia.

Fin dalla partenza con ‘Wilding’ (che apre anche l’ultima fatica della band di San Francisco, ‘Shadow Of The Sun’, uscita l’anno scorso) il percorso musicale del set si avvia sui binari prestabiliti, un muro di suono costruito su synth con loop ipnotici, su cui si poggiano le acide incursioni chitarristiche di Ripley Johnson, che non si sposta di un millimetro dallo stile proposto anche con i Wooden Shjips, un marchio di fabbrica ormai inconfondibile. L’astronave però ci mette un po’ a far scaldare i motori prima di decollare, c’è qualcosa da sistemare nell’equalizzazione dei primi pezzi, in cui è mancato qualcosa specialmente nelle frequenze basse e non a caso, prima che lo show iniziasse, la band aveva fatto una sorta di ulteriore e fugace line-check. Appena il fonico trova finalmente la quadra il sound diventa avvolgente come si conviene e, essendo posizionato in prima fila dal lato dell’amplificatore di Ripley, è come se le sue distorsioni sfiorassero dei ricettori sensoriali finora sconosciuti, mentre Sanae Yamada (che con la giacca leopardata e i leggins neri ricordava moltissimo Alison Mosshart) doma e domina tastiere, synth e sequenze con fare trascendentale. Vero ed autentico valore aggiunto è il batterista canadese John Jeffrey, che scandisce come un metronomo infallibile ed instancabile la miscela psych-futuristica dei Moon Duo impreziosendo le battute raddoppiandole o triplicandole di tanto in tanto con eleganza e precisione, contribuendo al colore dei brani con la sua personale sfumatura. Un concerto dei Moon Duo però non ha valori oggettivi, in realtà è un “dentro o fuori”, se lo spettatore decide di abbandonarsi e farsi rapire verrà trasportato in un vortice cosmico, surfando sulle comete dell’iperspazio, chi invece rimane un po’ più distaccato, oppure è non è proprio affine, avvezzo o assuefatto a certe sonorità, è probabile che alla lunga trovi un loro live set ripetitivo e monotono.
La risposta da parte della platea è stata comunque soddisfacente, con i più visibilmente concentrati e “incastrati” quasi in trans, con lo sguardo fisso sul palco, accompagnati da altri che invece si dividono tra quelli che si sono dati apertamente alle danze, specialmente su pezzi come ‘Night Beat’ e chi invece è trascinato più verso un moto ondulatorio che si sposa alla grande con brani tipo ‘Free The Skull’ (che tra l’altro ricorda moltissimo la versione dei Primal Scream di ‘Some Velvet Morning’, che comunque è una qualità). Unico neo la scelta scenografica della totale rinuncia alle luci, con il proiettore puntato sul palco che diventa l’unica fonte di illuminazione, una soluzione già vista e adottata anche da band tipo Black Angels e Black Lips (per citarne un paio), che probabilmente funzionerà nei club, ma che per le venue open air non sortisce l’effetto sperato.

Niccolò Matteucci

Foto di Eliana Giaccheri

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