Monumental with live music by Godspeed You! Black Emperor @ Auditorium Conciliazione [Roma, 14/Ottobre/2017]

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L’incontro tra una piccola compagnia da poco sciolta – The Holy Body Tattoo fondata nel 1993 da Dana Gingras e Noam Gagnon – e una grande band da poco riunita – Godspeed You! Black Emperor rivampati dopo sette anni di inattività. Siamo nel 2010. L’idea di riallestire la produzione di “monumental” in una veste sicuramente più ambiziosa, rimontandola cioè con il supporto della musica dal vivo. Cinque anni di intenso lavoro per concretizzare una preziosa collaborazione. Lo spettacolo è un’elegia che investiga sulla psiche umana e le sue ansie immerse nel tessuto della cultura urbana. Alienazione sembra essere il motivo conduttore di un’opera di purissima contemporaneità che si avvale anche di alcuni frammenti testuali dell’artista neo-concettuale statunitense Jenny Holzer che, nella serie Living (1981), analizza la quotidianità dell’essere umano e dei video del filmmaker William Morrison (stralci accelerati della Downtown di Los Angeles e immagini dal Joshua Tree). Nove danzatori isolati ciascuno su un piedistallo che subiscono l’influenza del capitalismo digitale, mettendo in discussione l’ideale di progresso, da qui la scelta della parola (scritta volutamente in minuscolo) di “monumentale”, per sottolineare con maggior forza l’alterazione innescata da un “sistema” che si ripercuote sui movimenti di tutti i giorni, su quelle piccole cose a cui siamo naturalmente attaccati.

Originariamente ispirato all’opera “Men in the Cities” dell’artista newyorkese Robert Longo (la serie dei disegni di grandi dimensioni in grafite e gesso, realizzate tra il 1979 e il 1982, dove rappresenta figure umane in dimensioni reali che assumono posture contorte colte come istantanee durante l’agitarsi quotidiano dentro la competitiva vita della city. Uno di questi disegni è stato usato per la copertina di ‘The Ascension’ di Glenn Branca) “monumental” è un tumultuoso crescendo, un caos di estrema densità poggiato sulla coreografia in stop motion tra momenti di stridente confusione ragionata e altri di calma apparente, mentre schermati in una bassa penombra i GY!BE tratteggiano luciferini con la solita grandeur artigianale. Nelle parole della Gingras: “The work doesn’t really provide any answers, it’s more like a mirror or a prism”. Proprio così, uno specchio che riflette inesorabile, un poliedro con le basi congruenti. Nove persone separate dalle barriere imposte dall’ordine sociale, dalla città, stritolate dagli ingranaggi che si chiamano amore, guerra, caos e morte. In questo ineludibile isolamento rimane forte il bisogno di intimità, furtivo e nascosto, segreto e scandaloso. Tra incorruttibilità e fragilità umana, a perdere è solo l’innocenza. La nostra.

Emanuele Tamagnini

Foto dell’autore

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