Monotonix @ Circolo degli Artisti [Roma, 3/Marzo/2011]

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Troppo semplice scrivere un report del genere. C’è troppo materiale su cui lavorare: mi basterebbe riportare senza fantasie e senza omissis l’elenco delle pazzie perpetuate da Amy Shalev (sul serio: mai visto nulla di più folle, sregolato, esuberante, cavernicolo) per avere la certezza di una recensione interessante. L’irripetibilità e l’anarchia di un evento del genere vanno pure onorate in qualche modo, anche a costo di andare incontro a una certa furia voyeuristica di chi legge. Comunque, a breve, avrete fresche riprese del concerto sul sito dei ragazzi di Soluzioni Semplici – ho raccolto voci di corridoio.

Partiamo quindi dai Mombu. Ci vuole fegato per mettere in piedi un progetto del genere. Da un lato abbiamo il sassofonista degli Zu, e dall’altra il batterista dei Neo. L’offerta musicale, come per i due gruppi di provenienza, è complessa e basata interamente sulle ritmiche spezzate, tribali e matematiche della batteria. Precisione e rito sciamanico. Disarmonia sistematica e millimetrica professionalità dello strumento. La colonna sonora perfetta per un golem alto cinquemila metri che, nella sua cavalcata furiosa, travolge e polverizza palazzi, ponti e supermercati. Chiamatelo free jazz, african jazz core o come volete: io metto le mani avanti, e ammetto d’essere uscito allo scadere dei primi sessanta secondi – chiarissima fattispecie di dolo del recensore, ma che ci volete fare.

Quanto ai Monotonix, invece, hanno decisamente bruciato la candela da entrambi i lati suonando la stessa straordinaria canzone per un’ora. Dire che i tre scatenati connazionali di Abraham Yehoshua e David Grossman, freschi del secondo LP ‘Not Yet’, abbiano stupito o sorpreso la folla, è un eufemismo, un’omissione. Come l’aver ricoperto di nuovi significati l’espressione ‘seguire un concerto’, tutto puntato ad un’interpretazione prettamente letterale del verbo (che si presume inesistente in ebraico): decine di persone costrette, camminando, a seguire fisicamente il concerto mentre si sposta in più punti della sala – pavimento, bancone alcolici, secondo pavimento di mani del pubblico. Poco prima del gran finale, i tre si lanciano in un medley stoogesiano (‘1969’ + ‘I Wanna Be Your Dog’) che ci riporta direttamente all’influenza più marcata nella musica dei Monotonix, sia per la matrice sonora che per la mimica da palco del cantante. Amy, la sua barba marxiana e la sua incapacità provata di assumere un’espressione normale (occhi spalancati, spiritati, linguacce di vario genere, dita nel naso) ci portano in un universo parallelo e funzionante secondo regole proprie, dove un motivatissimo revival del root rock’n’roll punk ante litteram è l’unico linguaggio possibile e la birra non è fatta per essere bevuta, ma per essere sputata per aria tipo fontanella. Ne usciamo con le magliette sudate (non tutta roba nostra), i timpani devastati, un fischio destinato a risuonare fino alla mattina dopo.

P.S Okay, ci siamo. Sarebbe un’ingiustizia omettere certe cose. Per essere precisi, in realtà, sarebbe un’ingiustizia omettere questo: che tutta la giostra è girata fino alla prima interruzione e al primo siparietto fra Amy Shalev e il pubblico. A quel punto Amy ha riassunto atteggiamenti composti e civili, e l’abbiamo scoperto dotato di tempi comici fenomenali e capacità dialettiche – quando s’è rivolto a un rompipalle con le parole:“Non vorrai mica parlare di politica qui dentro, giusto?” – , nonché di una buona dose di autoironia: un vivace signore di mezz’età. Per quanto riguarda gli altri due, infine, la loro impossibilità di compiere gesta memorabili è dipesa tutta dal fatto che, più che altro, erano impegnati a strimpellare gli strumenti.

Ecco la top ten:

  1. Amy che ruba dal bancone due bicchieri di plastica pieni, rispettivamente, di fettine d’arancia e fettine di limone da cocktail, per masticarne gran quantità e risputarle sul pubblico;
  2. Amy che ruba cannucce e tovagliolini rossi dal bancone sparando in aria le prime come proiettili e successivamente i secondi come petali di rosa a mo’ di diluvio cinematografico, in uno stop and go particolarmente toccante in coda a un brano;
  3. Amy che ruba dal bancone il cestello del ghiaccio per estrarne una quantità esagerata e tutta addensata  (tipo noce bitorzoluta di quindici centimetri di diametro) e tenerla per qualche secondo nelle mutande, sul pacco;
  4. La visione fugace dei barmen che, prudentemente e sullo sfondo, si affrettano a chiudere il vano alcolici a scomparsa – i dieci euro di biglietto (ci arrischiamo in un calcolo: 3,5€ ai M. + 0,5€ all’ex agente radiato dal Mossad per problemi di alcolismo, ora agente del gruppo + 1€ al locale + 5€ di risarcimento danni materiali e morali ai gestori dello stesso) non prevedevano la dispersione di pregiati superalcolici;
  5. Amy che si fa issare sulla seggiola del batterista sorretta alla base da una mezza dozzina di braccia, mentre altre braccia sollevano il timpano davanti a lui per permettergli di suonarlo con le bacchette a rovescio – tutto questo muovendosi;
  6. Amy che si fa trasportare fino al tavolo del merchandising e comincia, alternativamente, ad asciugarsi i sudori corporei con le magliette stampate MONOTONIX e lanciarle in mezzo alla folla e rincarare la dose con lanci particolarmente appetitosi (per chi era nelle prime file) dei loro cd e di sugose versioni in vinile degli stessi;
  7. Amy che, in un’operazione piuttosto complessa che consiste nel passarsi il cavo del microfono nelle mutande e farlo scorrere su e giù con gli stessi occhi spiritati di prima, mostra almeno due terzi delle gioie di casa,
  8. salvo, poco dopo e per restare in tema, raccontare una storiella di lui che va al Colosseo e trovarsi ad affrontare dei leoni che gliele portano via a morsi;
  9. Amy che ruba bicchieri pieni a povere vittime casuali del pubblico e ne rovescia il contenuto sulla testa del batterista e del chitarrista mentre questi non perdono un colpo;
  10. Amy che, utilizzando il timpano a mo’ di pietra e da una certa distanza, fa due o tre tentativi di abbattere una precaria scultura d’arte moderna assemblata in tempo reale con gli altri pezzi della batteria, prima di scomparire nei camerini a darsi una ripulita.

Filippo Bizzaglia

5 COMMENTS

  1. e che dire della ragazza issata sul batterista o dell’ altra giovincella vittima di un tentativo di crowd surfing di Ami con salto dal bancone finito male (per la tizia in questione)? Per non parlare delle terga di Ami in vista che, dalle foto e video del giorno dopo, son state più riprese di Ami stesso.

    come coda, aggiungo che, da quel che ho capito, due delle birre volate poi su batterista e chitarrista fossero state sottratte alla stessa persona, un’altra ragazza. Che, a fine show è andata decisa da Ami pretendendo di farsele ripagare. E lui, dopo due secondi di silenzio e un’occhiata stranita, l’ha portata al bancone e gliene ha offerta una…

  2. errata corrige: in effetti Ami, non Amy. Amy è un nome da donna, credo. ignoranza del recensore.

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