Monotonix @ Big Bang [Roma, 11/Dicembre/2009]

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Sentire Dj Tamagnini in auto, finalmente in radio e non in streaming, immerso nel traffico di Roma è più rilassante di quanto immaginassi. Piantato all’altezza di S. Giovanni, gli mando un messaggio per congratularmi con la terapia sonora che mi sta somministrando per evitare di impazzire. Tutto nasce da quell’essemmesse. Infatti mi telefona e mi informa dei Monotonix al Big Bang (ex Zoobar): dopo Antonio Rezza, mi sembra una degna conclusione di serata. Peccato non avere con me la Reflex per documentare la follia di una serata nata totalmente per puro caso, spettacolo teatrale compreso. Si dice che i pazzi vadano sotto braccetto ed infatti oltre al terzetto israeliano, Rezza e me questa sera ce ne sono altri quattro, in circolazione, Lucifero, Nucleo, Arcano e Belzebù (fratello ovviamente del primo), che decidono di assecondare le mie manie autolesioniste e che spero non incontriate mai. Si certo perché qui a Roma i soprannomi sono una cosa seria ossia la rappresentazione verbale di quello che si è e non di quello che uno vorrebbe essere.

Dal Teatro Vascello, ci spostiamo rapidamente a quartiere Testaccio. Al Big Bang non c’è molta gente e per dire la verità è la prima volta che parcheggio con una facilità estrema – praticamente di fronte al locale – in quella zona di Roma, rinomata per il caos notturno. Aprono Le Truc Und Die Meschine, terzetto di ragazze che farebbero a scopa col terzetto Monotonix se non fosse per il genere musicale e l’attitudine. Per quanto riguarda il primo aspetto ci propongono un “bontempi-pop” con un synth ed una chitarra; la terza ragazza nel frattempo manda video looppati di cartoni con protagonisti orsacchiotti impiccati e scheletri decapitati. Nulla di che specialmente perché poco coinvolgenti e decise, un po’ come se stessero suonando nelle loro camerette. E questo giusto per spiegare il secondo punto.

Comincia a riempirsi il Big Bang, sempre poco però rispetto a ciò che i Monotonix meriterebbero. Mi immagino già a quali ganci, tubi, fili sospesi la scimmietta Ami Shalev si aggrapperà stasera oppure il percorso che la solidissima ed eterna batteria bianca di Haggai Fershtman disegnerà tra il pubblico. E’ tutto pronto, parte il fischio d’inizio e i tre, in tenuta da calcetto, allargano il cerchio che si è formato intorno al centrocampo con quattro bicchierate d’acqua. Panico e tormento. Ami, invasato come fosse posseduto dal presente Lucifero, si lancia su uno dei tubi che avevo individuato e dondola tra il pubblico stupito. Per chi non li conosce, assistere a queste scene è certamente bizzarro se non scioccante. Poi, scende, volteggia, afferra una ragazza e la bacia; salta adesso sulla grancassa puntando il ginocchio su Haggai. Nel frattempo Yonatan Gat si invola negli stupendi riff del secondo album ‘Where Were You When It Happened’ uscito quest’anno. Eseguono gran parte degli otto pezzi con la verve e l’energia di sempre: aggrediscono e violentano gli strumenti oltre che il pubblico che avanza e indietreggia sotto i gesti-movimenti-comandi di Ami. La batteria, come previsto, si sposta random dal centro della scena ai luoghi più impensabili. Mi spiazzano letteralmente quando attaccano ‘My Language’: Yonatan monta su un precario tavolino a fianco al quale se ne trova un altro su cui Ami pone la grancassa. E’ Davide Iurlano della Grinding Halt, a reggere e sostenere i regolari colpi in battere della canzone vibrati dal chitarrista. Non si accontentano i Monotonix, questa volta scelgono il bancone del bar come nuova postazione. Gli strumenti galleggiano tra le teste mentre Haggai non smette un attimo di suonare. Oltre ai Monotonix, vola di tutto in sala, anche i mozziconi di sigaretta accesi tanto per dimostrare agli israeliani quanto siamo maleducati, visto che per un paio di volte hanno lisciato i folti capelli di Haggai. Ma “that’s all R’n’R!” e infatti i tre israeliani non se la prendono, anche se sono dell’idea che non se ne siano accorti. Nessun bis. Ma molti, ringraziamenti baci & abbracci, a dimostrazione che l’intuizione di suonare “con”, “nel” oltre che “per” il pubblico è veramente sentita. Per questo i Monotonix funzionano, al di là del valido e minimale rock’n’roll che propongono.

Andrea Rocca