Mono @ Traffic [Roma, 16/Febbraio/2013]

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Il classico e la trascendenza, la storia e la grandezza di un impero, il freddo delle nevi e i colori che rendono unica la caducità delle foglie, il rigore e la compostezza della rappresentazione di tutta una vita passata, la maestosità. Nel silenzio di un sabato irreale, dopo aver attraversato e tagliato una parte dell’Italia, immortalando e testimoniando sul social network il loro passaggio, i Mono tornano a Roma. Con l’umiltà che è concessa solo ai più grandi, quell’umiltà che permette loro di suonare accompagnati da un’orchestra di oltre venti elementi a New York e quasi contemporaneamente rituffarsi in tour in giro per il mondo anche dentro piccoli club, magari davanti ad un pubblico neanche troppo numeroso. E se è vero che la musica deve comunicare l’incomunicabilità della nostra esistenza e del mondo attorno, Yoda, Takaakira, Tamaki e Yasunori Takada sono gli Dei incontrastati di questa verità. Reduci da un bellissimo sesto album (‘For My Parents’) che seguiva l’immensità di ‘Hymn To The Immortal Wind’, i quattro cavalieri di un’apocalisse che portano dentro al cuore, scatenata, vinta, riemersa e nuovamente domata lungo il ricordo e il presente di una storia millenaria, appaiono al nostro cospetto alle 22.30 in punto. C’è la gente giusta. C’è l’attenzione giusta, ma soprattutto c’è il rispetto. Basta poco per lasciarsi rapire, non trasportare, ma rapire. Ed è difficile poter descrivere anche solo un secondo della suggestione, della commozione, dello squarcio in mezzo al petto che provoca la loro magniloquenza, che non è mai esercizio di stile o noia mortale tramandata dalle stanche partiture, ormai vetuste e superate del post-rock più tradizionale. Dimenticate l’esibizione di qualche anno fa al Circolo degli Artisti di Roma (che aveva avuto anche qualche pausa), dimenticate per un attimo i solchi di quei vinili che fate girare con passione per dedicarvi all’immersione totale nel loro mondo, perchè i Mono questa sera sono dinamicità senza precedenti, un muro invalicabile di riverberi e saturazione melodica, i Mono sono l’assoluta purezza dello shoegaze. Non troverete di meglio là fuori. Spaventosi, grandiosi nei crescendo che incendiano e annichiliscono, con quella disarmante semplicità d’esecuzione che provoca clamore e lascia stupefatti. Tra ultimo e precedente lavoro, si muove quasi a rimbalzo la scaletta dei loro novanta minuti, ma davvero ha importanza chiedersi quale sia quel brano o a quale disco appartenga? La risposta è ovviamente NO. Grazie al nuovo impianto del club capitolino la forza disumana del suono japandroide esce con la spinta necessaria e decisiva per tenerci inginocchiati dinnazi alla luce. Gli ultimi venti minuti almeno li passo con glo occhi chiusi, lucidi di autentica commozione, come poche altre volte al cospetto della musica eseguita dal vivo. Metempsicotico cataclisma shoegaze dell’anima. Il post-rock muore definitivamente stasera. “Music is communicating the incommunicable, that means a term like post-rock doesn’t mean much to us, as the music needs to transcend genre to be meaningful”.

Emanuele Tamagnini

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3 COMMENTS

  1. Quoto tutto.
    Gran bel concerto, molto più asciutti e diretti di qualche anno fa al circolo.
    Comunque in Italia non c’é crisi. Se ci sono persone che spendono 16 € per ciarlare ad alta voce durante i concerti, scambiando il traffic per il salotto di casa, mi sembra evidente che le difficoltà economiche del paese sono un’invenzione dei media.

    • hanno anche tanti soldi per comprare reflex e sparare il flash negli occhi di spettatori e artisti… Grandi Mono!

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