Mono @ Init [Roma, 27/Aprile/2015]

1099

Tra moccoli che scendono e risalgono miracolosamente in cielo durante un fine aprile piovoso da golfo del Bengala, c’è una placida radura ad attenderci per rilassare le fradice membra. Con questa pioggia e vento sferzanti, l’Init per stasera si veste di seta e candore e si tramuta in Arcadia, ospitando una delle formazioni più longeve e rappresentative del fu post-rock. Tra le nuove leve “millennial” di questo genere, i Mono sono a pieno titolo tra le band più convincenti e incisive: la band giapponese vanta una scala reale di album più che onorevoli all’insegna del rock d’ispirazione più classica (Bach su tutti) e sinfonica. A precederli in questa riuscita serata, Alison Chesley, più nota col moniker Helen Money. In un Init gremito, la violoncellista californiana si erge lì, sola sul palco, in piedi col suo strumento e nient’altro, a parte sciabordate continue di feedback e riverberi che trasformano le inerti corde del legno in un qualcosa d’altro, d’alieno. Purtroppo riesco ad assistere solo alla conclusione del suo show. Sbirciando tra il suo materiale in vendita, trovo anche un interessante disco diviso con Jarboe; annoto mentalmente e si va avanti.

I nipponici arrivano alla spicciolata intorno alle 23. Davanti a loro, una distesa di teste perlopiù attente e rispettose del silenzio che la loro musica necessita. Si parte. La chitarra di Takaakira Goto inizia a strimpellare un arpeggio triste e malinconico; Hideki “Yoda” Suematsu lo segue con la parte ritmica; Tamaki Kunishi aggiunge la pancia col basso e Yasunori Takada detta i saliscendi ritmici con piatti e pelli. Volendo riassumerli, i Mono si compendiano così ma, se vi sembra poco o banale, allora dovreste vederli in azione. Il meccanismo è rodatissimo, le scalette sono esattamente identiche in tutti i concerti, eppure la band del Sol Levante riesce sempre a esprimere un’emotività e un rapimento che lasciano stupiti. Taka in particolare, il responsabile delle linee melodiche dei brani e, apparentemente, vera mente del gruppo, è quasi melodrammatico (come la loro musica, d’altronde) nella gestualità. Disegna delle volute in aria come se stesse solfeggiando, in maniera un po’troppo naif e civettuola, ma nel contesto ci può anche stare. Yoda shoegasizza schitarrando e scompigliando i capelli, mentre la bella Tamaki ondeggia sensuale, dividendosi tra basso e tastiere. Il più serafico, strano a dirsi, è il batterista. Il tormento e l’estasi. Nel corso della scaletta, vengono recuperati brani dagli ultimi quattro album, e ‘Unseen Harbor’ è uno dei vertici della performance. Il tema di chitarra è una sonata bachiana come potrebbe suonare adesso, col Morricone western e il Rota del “Padrino” nel mezzo. Adoro in particolare il break centrale, una schiarita improvvisa nel cielo buio che attanaglia il pezzo nella sua parte finale. Bellissimo. La famosa ‘Ashes In The Snow’ dal fortunato ‘Hymn To The Immortal Wind’ è un altro dei momenti clou, con un crescendo decisamente d’impatto. Per tutto il concerto, i giapponesi non proferiscono parola: l’unico a prendere l’iniziativa e a salutare timidamente il pubblico è Taka, ma solo alla fine di tutto. “And words are futile devices”, diceva qualcuno. Una manciata di brani per una splendida dimostrazione di padronanza e dominio del palco, della situazione, di tutto: probabilmente, il non plus ultra del post-rock oggi. Come previsto, l’esibizione si conclude senza nessun bis. Cosa risaputa, se siete speleologi da scaletta. E neanche tanto sgradita, dopo un’ora e mezza scarsa di concerto. Sì perché i pregi di cui sopra a volte si convertono nei loro contrari: l’improvvisazione è praticamente inesistente e i pezzi, come detto, hanno strutture piuttosto simili, e vengono riprodotti fedelmente come su disco. Nei brani meno trascinanti non è improbabile che quelle “mandolinate” continue possano venire a noia. E quindi giusto così: giusta durata, giusto pubblico, giusta band. Tra una tempesta d’acqua e l’altra, un oasi di tranquillità e di stupore.

Eugenio Zazzara

Foto di David Gallì