Mono @ Circolo Magnolia [Milano, 4/Marzo/2010]

437

Arrivo al Magnolia ed un gruppo non annunciato sta suonando gli ultimi venti secondi del proprio set. Peccato non averlo saputo prima. Così, nell’attesa, non mi resta che caracollare tra il bancone del bar per una rossa ed il merch table, dove mi prendo subito una bella maglietta e il DVD uscito qualche anno fa. Dal numero di presenti noto con piacere che il Magnolia è sempre più punto di riferimento per i milanesi, d’altronde in quanto a programmazione e politica dei prezzi Milano non offre certamente di meglio. Fatto sta che il numero di presenti rispetto alle passate esibizioni dei quattro nipponici al Cox 18 e al Garage (vita brevissima, ma quanti bei concerti!) è decisamente maggiore. Entrando nel tendone del locale noto con piacere che il gelo artico del concerto degli OM è finalmente passato.

Alle 22:45 i quattro samurai del post-rock saltano sul palco salutando velocemente ed attaccano, come di consueto, con ‘Ashes In The Snow’, pezzo d’apertura di ‘Hymn To The Immortal Wind’. Godo come un riccio quando finalmente sento un bel basso pulsante ed un volume generale di tutto rispetto, nonché dei suoni calibrati benissimo. L’orchestra in tour è, ovviamente, un lusso che non si possono permettere, se non in rarissime occasioni (in uscita un live a NY), così sopperiscono con una performance decisamente più fisica, già evidente nelle deragliate chitarristiche sul finale del primo pezzo. Non appena inizia ‘Burial At Sea’ mi rendo conto che è meglio godermi il gruppo ondeggiando ad occhi chiusi, d’altronde dalla mia posizione vedo solo le movenze epilettiche della bella Tamaki, mentre dei due chitarristi, seduti e concentratissimi sulle proprie pedaliere, vedo solo le zazzere nere. Poco male, il loro suono ti rapisce e ti coccola come la migliore delle geishe. L’oscura ‘The Kidnapper Bell’ ha un’incedere lento, ma dal crescendo inarrestabile che ti spazza via come uno tsunami. Segue poi il mio pezzo preferito dell’ultimo album, ‘Pure As Snow (Trails Of The Winter Storm)’, che parte delicato e trasognato come la purezza dei primi fiocchi di neve e finisce con una tempesta di effetti chitarristici apocalittici. Io rimango senza fiato e ipoteticamente la prima parte di concerto finisce qui. Poi, ahimè, da un pubblico immobile come statuine iniziano a sentirsi i primi fastidiosi chiacchiericci e rumori di bicchieri di plastica spaccati sotto i piedi. Si perde un po’ di magia ma si continua con ‘Follow The Map’, pezzo che comunque dal vivo non trascina gran che. Riporta tutto sui binari giusti l’immensa epicità di ‘Yearning’, una cavalcata da quindici minuti che vale un’intera discografia. Poi nisba, altri due pezzi che onestamente non ricordo, visto la setlist davvero poco mutevole del tour dovrebbero essere ‘Sabbath’ e ‘Halcyon (Beautiful Days)’ ed infine la chiusura di ‘Everlasting Light’, che cresce pacatamente per poi implodere su se stessa. Fuori piove ma spero che questa luce possa davvero durare per sempre.

Chris Bamert

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here