Mono @ Circolo degli Artisti [Roma, 2/Marzo/2010]

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Aprono la serata all’insegna del dopo-rock, i romani Tomydeepestego, che annoverano tra le proprie fila membri di Malkavian e degli Inferno, freschi del loro ultimo ‘Chronophage’. La formula proposta è un matrimonio alchemico tra i 65daysofstatic e i Pelican ed è composta di ariose atmosfere cinematografiche che si interrompono in frammenti più doom, pesanti e “neurotici”. Ottimo il lavoro del batterista Giannangeli. Purtroppo la teutonica puntualità dell’evento mi permette di ascoltarne solo una quindicina di minuti scarsi, ma sulla conclusiva e sulfurea ‘Paradiso’ è inevitabile alzare il braccio nel secolare gesto delle corna, universale gesto di apprezzamento di un pubblico pe(n)sante. Da rivedere il prossimo 20 aprile in spalla ai già citati giorni di staticità.

Scommessa ardua, quella dei Mono, di presentare live le meraviglie del recente ‘Hymn To The Immortal Wind’ (disco dell’anno 2009 per il sottoscritto, e, di conseguenza, di quella parte della crew Nerds Attack! dotata di buon gusto). Impresa difficile sia perché i giapponesi scelgono di esibirsi nella loro formazione originale a quattro, senza alcun supporto dell’orchestra di 28 elementi che non poco ha contributo alla riuscita del loro ultimo lavoro, sia perché il Circolo degli Artisti, seppur impeccabile nella programmazione degli eventi, non è quel tempio dell’acustica che certe sonorità pretenderebbero. Alle 22.20, il quartetto di mangia-riso sale sul palco, accolto da un applauso entusiasta di un pubblico gremito e stranamente educato. Tamaki Kunishi, versione dagli occhi a mandorla di una pin-up di Tim Sale, occupa il centro del palco, dietro di lei si erge il drumming set di Yasunori Takada, mentre Takaakira Goto e Yoda occupano rispettivamente la destra e la sinistra dello stage. Sullo sfondo campeggia un enorme gong.

L’apertura viene affidata alla note di ‘Ashes In The snow’, ed i dubbi di cui sopra si rafforzano: c’è una certa rigidità nel gestire i passaggi del lungo brano, che emerge quando la Kunishi abbandona lo xilofono per passare al basso, in certi riff di sei corde non volutamente fuori sincrono, oppure dal suono di batteria, eccessivamente soffocato. Prima che si possa storcere la bocca, la dicotomia soft/loud propria del genere, salva ,in corner, il pezzo. Le casse tremano, le mura vibrano, ma l’effetto hangar è contenuto. E poi c’è quel giro di chitarra che si insinua timido timido, si auto-replica e cresce fino a far ronzare il cuore come un alveare. Decisamente meglio la successiva ‘Burial At Sea’, grazie tanto alla perizia del sosia di Tony Wilson da vecchio che è il fonico della band, quanto alla maggiore sicurezza acquisita dal combo. Arpeggi decisi aprono i sensi a scenari ora malinconici ora disperati, mentre la sezione ritmica la fa da padrone nei passaggi più marziali. Goto-san e Yodo-chan sopperiscono sapientemente alla mancanza dei legni e dei fiati presenti sul disco miscelando i numerosi effetti di cui dispongono, suonando tutto il pezzo accovacciati sulle loro chilometriche pedaliere.

A questo punto gongolo beato come un porco nel miele, aspettando che sia la volta  del capolavoro nel capolavoro ‘Silent Flight, Sleeping Dawn’, pezzo che ciascun nerd degno di questo nome dovrebbe avere nella colonna sonora del film – ridicolo- della sua vita. Al solito in questi casi, l’attesa viene disattesa e parte invece quello che mi sembra di riconoscere come ‘The Kidnapper Bell’, dall’ormai lontano esordio ‘Under The Pipal ree’. Intrecci melodici mesmerici, supportati da una batteria secca e da plumbee note di basso, in un reiterarsi mano a mano sempre più tronfio di distorsioni ed overdrive. Sono i Mono più accademici e codificati, impeccabili nell’esecuzione quanto contenuti nella scrittura. Più muscoli, che ispirazione. Da qui in poi, il concerto si concentra sulle composizioni del 2009 (il sognare malato di ‘Pure As Snow’, il rimuginare alla Joe Hisaishi di ‘Follow The Map’) e ripescaggi dal passato [‘Yearning, Halcyon (Beautiful Days)’]. Chiusura ovviamente affidata ad ‘Everlasting Night’, introdotta da malinconiche note di piano, supportate dal flanger delle fender, che si fanno protagoniste quando vengono erose in virale mantra sferragliante che da la possibilità alla Kunishi di recuperare il basso, cresce la batteria, si preme sui pedali delle distorsioni  e inizia la corsa acida intessuta di ragnatele soniche verso il finale wagneriano, che inizia con i colpi di bacchetta su bacchetta di Takada e termina con gli strumenti presi a cazzotti. Si accendono le luci, ci si inchina cortesemente e si lascia Roma. Certo, almeno un sorrisetto ce lo potevano fare, medito, mentre un barista del pigneto cerca di fregarmi il resto della birra.

Carlo “aguirre-abbiamoarrivatiuno” Fontecedro

3 COMMENTS

  1. …saranno pure la colonna sonora di ogni buon nerds, ma a me dopo up po’ mi son cadute le braccia ,per non parlare delle palpebre.Felice scoperta (per me) per i romani Tomydeepestego.

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