Money @ Circolo degli Artisti [Roma, 22/Novembre/2013]

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È una serata fredda, umida e minacciosa di pioggia quella da cui troviamo riparo al consueto Circolo degli Artisti, in occasione del concerto dei Money. Artefici di uno dei più interessanti debutti pop dell’anno, ‘The Shadow Of Heaven’, i ragazzi d’Albione hanno sfidato la neve della Germania, della Svizzera e del Nord Italia per raggiungere la Capitale, dalla quale hanno poi proseguito con due date a Padova e Ravenna. Il locale di Via Casilina Vecchia non si presenta particolarmente pieno quando, alle 23 in punto, il frontman Jamie Lee (cantante/chitarrista nonché poeta) fa il suo ingresso sul palco: una cinquantina di persone in tutto. Non siamo ai minimi toccati con Majical Cloudz a fine ottobre ma non è certamente la più appetibile delle platee. Poco male, spesso e volentieri una maggiore intimità ci regala i concerti migliori e un pubblico esiguo può rappresentare un ottimo banco di prova per testare la professionalità e la caparbietà di un artista. Il ragazzotto inglese, vestito di tutto punto, si avvicina al microfono e inizia lo spettacolo cantando un pezzo a cappella, nel purtroppo perturbabile silenzio dei presenti, con i quali ciononostante scherzerà, minacciando una ragazza di lanciarle una scarpa se avesse continuato a parlare (epilogo: le ha regalato una birra alla fine del concerto). Il brano scelto, presentato come un semplice traditional irlandese, è la stupenda ‘A Pair Of Brown Eyes’ dei The Pogues, probabilmente una delle più alte vette raggiunte in carriera da Shane MacGowan, realizzata sulla classica melodia di ‘Wild Mountain Thyme’. Impariamo in pochi secondi ad apprezzare la voce di Jamie Lee: un’esecuzione intensa, da brividi, per nulla neutra ma ricca di sfumature. La naturalezza con cui il suo cantato arriva ad apici meravigliosi è sorprendente, poi, se comparata alla quantità di movimenti a cui si dedica sin da subito sul palco. Applausi convinti, mentre sullo stage del Circolo salgono gli altri membri del gruppo (il chitarrista Charlie Cocksedge, il bassista Scott Beaman e il batterista Billy Byron). Non mere comparse, ma degni sodali offuscati però da un eccezionale frontman dal quale è oggettivamente difficile staccare gli occhi, vuoi per la bellezza della sua voce, vuoi per l’inaspettatamente navigata capacità di tenere il palco. Si parte così come inizia il debutto, con ‘So Long (God Is Dead)’, una soave introduzione alla poetica dei Money, fatta di una batteria dolcemente incalzante e di chitarre liquide, su cui si staglia il canto di Lee, che seppur innegabilmente dotato ricorda per talune scelte canore il primo Bono Vox, Mark Hollis dei Talk Talk e Jimmy Somerville dei Bronski Beat. Si procede quindi con l’ariosa ‘Who’s Going To Love You Now’ e la gemma pop ‘Bluebell Fields’. Rispetto all’esecuzione su disco i brani guadagnano incisività e spessore e vengono prolungati nella lunghezza con code strumentali in cui le melodie si sbrigliano per non essere soltanto un semplice contraltare per la voce di Jamie Lee, il quale durante l’esibizione si sveste pian piano (imbacuccato com’era) mentre suona o armeggia con le birre in dotazione di cui pare particolarmente famelico. Tra un pezzo e l’altro il frontman gioca presentando le canzoni con ironia e cercando di stemperarne l’intensità emotiva alla loro base. Ciononostante, il singolo ‘Hold Me Forever’ si rivela ulteriormente toccante, mentre ‘Cold Water’ palesa un’anima più cupa e grave, degna di certo chamber-pop e accentuata dal ripetuto “running out” in coda, che si scioglie nella conclusiva ‘Letter To Yesterday’, il cui basso introduttivo libera un bellissimo brano che non avrebbe sfigurato sull’esordio dei WU LYF o nel repertorio degli U2 degli anni ’80. I mancuniani ringraziano e salutano, ma Jamie Lee fa subito ritorno sul palco – sebbene ritenga che ai presenti non interessi la cosa – e si cimenta in una cover della meravigliosa ‘True Love Will Find You In The End’ del sempiterno Daniel Johnston. La resa non è delle migliori, come preannuncerà lo stesso frontman incominciando l’esecuzione. Si chiude così, senza una ‘Goodnight London’ che avremmo particolarmente gradito, con il banchetto assaltato dal pubblico e Jamie a giocare a biliardino con i colleghi scribacchini Apruzzese e Lucarini (che trio!, ndr). Giusto accennare all’esibizione dei N-A-I-V-E-S, giovane trio electro-pop londinese, che ha dato inizio alla notte del Circolo. Solo un riferimento però, perché commentare il contenuto musicale significherebbe non salvare davvero nulla. Torniamo alla notte romana e al puntuale diluvio, augurandoci che la strada dei Money possa essere ancora gravida di dischi intensi e ben fatti come il debutto.

Livio Ghilardi

1 COMMENT

  1. Biliardino a parte, sono grandissimi e very down to Earth, peccato per Goonight London ma va bene così. Per Jamie pensavo pure io al primo Bono e a Mark Hollis vocalmente, su disco qualcuno (quei pochissimi idioti che hanno stroncato) lo ha accostato a Chris Martin invece… Personalità debordante comunque, felice di averli visti e di aver preso The Shadow Of Heaven in doppio lp + cd.

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