Mokadelic @ Teatro India [Roma, 5/Luglio/2010]

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Arrivato alle 21 e 30 con la paura di essere in ritardo mi ritrovo ad attendere fino alle 22 per entrare. Intanto siamo intrattenuti da un dj set funky-jazz. All’apertura del cordone mi accorgo con sorpresa che i posti sono a sedere. Con questo lusso come incentivo mi piazzo in prima fila pronto a godermi quella che si preannuncia una bella serata di musica. Il contesto della location del teatro India è davvero fascinoso e suggestivo. Siamo all’aperto, nella cittadella della ex-fabbrica Mira Lanza, produttrice di saponi e solventi, sulle riva del tevere, in questo tratto in onore a Vittorio Gassman.

Alle 22 e 15 circa si abbassano le luci ed entrano i Mokadelic. Sullo schermo dietro di loro i nomi di Olivia, Niccolò e Shirin. Un minuto di silenzio per ricordare la tragica morte della piccola figlia di Niccolò Fabi (loro importante collaboratore), colpita da una meningite fulminante a soli 2 anni. Dopo questo inizio dal sapore tragico, i cinque Mokadelic ci introducono al concerto con ‘False Start’, che comincia con un arpeggio lento e melodico, spaziando tra note alte e basse, accompagnata da quelle prolungate ed evocative del piano con alcuni effetti che rendono l’atmosfera rarefatta. Dopo circa due minuti entra morbida la batteria. A metà del pezzo veniamo sospesi, per poi riprendere con un attacco che diventa crescendo, il cui volume sonoro si fa sempre piu incalzante. Dopo altri due minuti con questo mood, si torna alla pacata situazione iniziale. ‘Bahati Grace’ comincia con un basso continuo molto profondo a cui si accompagnano stranianti note di violoncello, raggiunte poco dopo da quelle piu tranqulllizanti del piano. Poi arrivano l’accompagnamento morbido del charleston e quello melodico della chitarra. Si ricomincia a crescere con tom, timpani e accordi del piano, con l’aggiunta della chitarra elettrica suonata come il “tremolo” del mandolino. Anche in questo pezzo si sviluppa il crescendo sonoro che puntualmente ritorna alla pace iniziale, anche se qui ci sono più effetti sonori che si concludono in dissolvenza. ‘But I Will Come Back’ ha una intro di morbide note di piano sopraggiunte poco dopo da un attacco leggero, e un arpeggio melodico distorto; sospensione dell’arpeggio e incalzanti cassa, timpano e ride; crescita strumentale, con ancora l’uso dell’elettrica a mo di mandolino. Momento che dura qualche istante, interrompendosi e chiudendo molto rapidamente. L’inizio di ‘Hanged Country’, uno dei pezzi forti dei Mokadelic, sembra quasi un risveglio, a giudicare dalle note e gli effetti con cui comincia. Ancora arpeggio di chitarra e note di piano, molto alte e malinconiche. Poi tornano gli accordi del piano e la batteria con lo sfondo delle trascinanti note elettriche. Il volume sonoro torna a crescere e stordire per poi interrompersi ancora una volta e dissolversi.

E’ questo l’andamento di tutti i pezzi proposti, si parte da poche note, diradate, che gradualmente prendono spessore insieme agli altri strumenti per arrivare a un picco sonoro-emotivo, per poi riscendere e concludere dissolvendosi. Sono inoltre accompagnati, durante tutto il concerto, da contributi video fatti dai lanci e dalle acrobazie in volo libero dei paracadutisti, i tuffi nei fiumi e nelle piscine, e poi molta natura, dagli “overlaps” sulla crescita delle piante e dei fiori, anche marini, alle maestose carrellate sul mare in tempesta, sulle nuvole, le migrazioni degli uccelli, i viaggi subacquei e i suggestivi tramonti, e il maledetto petrolio che ribolle nelle acque della terra. La band romana, si è formata nel 2000 e dopo alcune defezioni e sostituzioni (prima erano solo i Moka), vede oggi la sua line-up composta da Alessio Mecozzi alla chitarra, Cristian Marras al basso, Alberto Broccatelli alla batteria, Maurizio Mazzenga alla chitarra e Luca Novelli al piano. La loro è una musica tutta strumentale, che li ha visti autori di importanti colonne sonore, in film quali “Come Dio comanda” di Gabriele Salvatores nel 2008 e “Mar Piccolo” di Alessandro Di Robilant nel 2009. Questo gruppo oggi molto coeso, preciso e compatto, dà vita a una miscela fatta di post rock e psichedelia, che richiama molto i Pink Floyd di ‘Echoes’ o i Porcupine Tree di ‘Way Out Of Here’, con i loro cambi d’atmosfera e le aperture melodiche di grande enfasi, in grado di produrre visioni stranianti, di mondi lontani, fatti di scenari aridi ma che approdano a luoghi che danno tregua, sollievo e distensione.

Cristiano De Vincenzi

5 COMMENTS

  1. ma quanti anni hanno i collaboratori di nerdattack? tutti 14???
    e’ mai possibile che non si parli degli ovvi punti di riferimento della band, ovvero giardini di miro e mogwai?

  2. Mi dispiace deluderti ma la tua sottolineatura è da 14enne. Pensa che originalità parlare ancora (dopo dieci anni) dei punti di riferimento della band! Proprio perchè sono ovvi sono superati.

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