Moka @ Terme di Caracalla [Roma, 25/Giugno/2007]

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E’ lunedì sera. Un lunedì sera di fine giugno caldo. Stare chiusi a casa equivale a chiudersi in una sauna svedese, non c’è ventilatore che tenga. Bisogna uscire. Ma non per vagare fino a tarda ora sperando di tornare assonnati e riuscire così ad addormentarsi senza difficoltà, nonostante la temperatura desertica. No, questa sera abbiamo una meta precisa, si va in direzione delle terme di Caracalla, accanto al Circo Massimo, alla festa dell’unità. Arriviamo. Sul palco ancora noiosi dibattiti politici. Bene, ne approfitto per farmi un giro (verrò attirato dallo stand dei DVD a bassissimo prezzo come da un magnete). Intanto passa il tempo e sul palco ancora parole parole parole. Io sono qui per la musica. Schivo talvolta con eleganza, talvolta con un po’ meno eleganza i vari stand raccolta firme, soci, amici, parenti eccetera. La musica questa sera è quella dei Moka, e non pensavo di scriverne, perché come detto ero andato sì per per passare una bella serata con ottima musica, ma senza minimamente pensare di ricavarne un report. E invece è più forte di me. Sento di avere un debito nei confronti dei Moka, e anche se queste poche righe non possono bastare a colmarlo, sento che vanno scritte.

Sì, perchè pochi a Roma suonano come loro, pochi ti catturano e ti trasportano in dimensioni che solo loro conoscono e dalle quali è così difficile uscire (soprattutto perchè non se ne vuole uscire!), pochi sono in grado di tradurre una gamma così vasta di emozioni, sensazioni, evocazioni, in melodie che vanno dal triste arpeggio, all’apocalittico distorto. Si rimane a bocca aperta, anche quando la location non è la più adatta. Quella scritta e quel simbolo alle loro spalle rimanda ai dibattiti di poco prima, e tutte quelle luci intorno e famiglie noncuranti di quanta bellezza viene emanata dai diffusori, non si addicono di certo alla loro musica. Ma loro sono più forti. Loro sono “antidemocratic”, impongono la loro musica come tiranni del post rock, catalizzando l’attenzione di quelli che sono lì, come noi, seduti sotto al palco. Quelli che hanno ancora orecchio per il bello. E così i Moka suonano senza forse neanche arrivare a sessanta minuti, ma tanto basta per farci capire, per confermarci, che come loro ce ne sono pochi, anzi, probabilmente nessuno. Impressione che avevo già maturato la prima volta che li vidi, di spalla ai Mono. Da allora ne è passato di tempo, è uscito uno splendido album (‘Hopi’), e i ragazzi sono riusciti a portare avanti la loro ricerca di sonorità, raggiungendo livelli unici. Nulla da invidiare ai ben più noti nomi provenienti da paesi lontani. I Moka sono romani, e sono eccezionalmente unici.

Emanuele Avvisati

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