Mogwai + Mount Kimbie @ Ypsigrock [Castelbuono, 7/Agosto/2011]

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Devo ancora riprendermi. L’Ypsigrock è forse uno dei festival più belli in Italia o se non altro, è il più suggestivo. L’offerta musicale è al top e i prezzi assolutamente popolari. Tre giorni di musica, migliaia di persone in ogni angolo di quel piccolo gioiello travestito da paese che è Castelbuono. Si mangia e si beve con poco, ma sopratutto si mangia e si beve bene (prendete un panino con le panelle e un bel bicchiere di rosso e mi darete ragione). La lineup di quest’anno è molto allettante, sicuramente all’altezza di quella delle edizioni passate. Il terzo giorno, quello a cui sono andato io, gli headliner sono gli scozzesi Mogwai. L’arrivo al paese è semplice, nonostante le numerose curve che mettono a dura prova anche lo stomaco più forte. Entrato nel castello e subito noto la gigantesca scritta bianca “Ypsigrock” che riesce a farmi provare un brivido lungo la schiena. Mentre assisto ai vari soundcheck tento di registrarmi all’ufficio stampa per l’accredito (quest’ultimo aspetto andrebbe curato un po’ meglio visto che fino all’apertura dei cancelli non era ben chiaro il meccanismo per accedere all’area).

La location è uno spettacolo: immaginate un borgo medievale, un palco montato di fronte a una chiesa sita ai piedi di un castello del 1316 e grandi rampe tutto intorno. La serata prevede l’esibizione di altre due band oltre i Mogwai, i Dimartino e i Mount Kimbie. Ad aprire le danze con un’impeccabile puntualità i Dimartino. I siciliani fanno gli onori di casa e da band di razza quali sono, danno vita a uno show animato interagendo spesso con il pubblico che si mostra preparato e canta a memoria diversi pezzi. Il gruppo propone buona parte del loro fortunato disco d’esordio, ‘Cara maestra abbiamo perso’, inclusa la bella cover de ‘La ballata della moda’ di Tenco. Purtroppo il loro set dura solo trentacinque minuti, nonostante il pubblico chieda, invano, il bis. Antonio, voce della band, saluta il pubblico riservandosi anche un’ultima battuta sull progetto L’Arsenale e il relativo banchetto informativo della federazione presente all’Ypsigrock.

I Mount Kimbie salgono poco più tardi, anche loro puntuali e scrupolosi osservatori dei tempi dello spettacolo. Lo show risiede già nella mole di strumenti che i tecnici portano on stage. Synth, Mac, Kaoss pad sparsi e chitarra adagiata sul fondo del palco. Non avevo mai sentito parlare in precedenza di questo duo, ma sono rimasto davvero impressionato dalla qualità della proposta che conferma nuovamente la nomea dell’Ypsigrock come un festival che preferisce la qualità ai nomi più blasonati. Dubstep onirica e dalle atmosfere dilatate, qualche suono di chitarra ultrafiltrarto e campionato che va in loop nelle basi dei due ragazzi londinesi. Il pubblico che hanno davanti non è sicuramente il loro, ma nonostante questo riescono a coinvolgere i tantissimi presenti all’evento facendo uno show perfetto che si lascia non solo ballare ma anche ascoltare

Ma c’è poco da fare. La gente stasera è qui soprattutto per gli headliner. Alle 23, puntualissimi anche loro, si impadroniscono del palco i Mogwai. Sul grande telone alle loro spalle viene proiettato per tutta la durata del concerto una serie di video e qualcuno dei loro videoclip. Il live, come è giusto che sia, dà ampio spazio al loro ultimo lavoro in studio ‘Hardcore will never die, but you will’. Ad aprire il loro set infiammato c’è la splendida “White Noise”, più un manifesto di intenti che un brano d’apertura. A seguire la bella ‘Rano Pano’, azzoppata da un mix non all’altezza della situazione, dove i suoni più gravi sono particolarmente brutti, come per tutto il resto del concerto, tanto da farmi pensare a un problema tecnico più che di competenze del fonico. In scaletta anche i grandi classici dell’ensemble scozzese, tra cui la bellissima ‘Friend of the night’, ‘Hunted by a freak’ e ‘Mogwai Fear Satan’. Posso solo dire che l’emozione di vedere i Mogwai dal vivo è incredibile: tutto ciò che trasmettono su disco viene amplificato a dismisura. Le loro tipiche esplosioni strumentali, dopo infiniti silenzi, diventano poesia. Probabilmente uno dei concerti più intensi che abbia mai ascoltato.

Johnny Cantamessa