Mogwai @ Auditorium [Roma, 18/Luglio/2009]

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Il vincente arriva due minuti prima dello spegnersi delle luci, parcheggia davanti all’entrata principale, flirta con l’addetta agli accrediti stampa, prende il suo biglietto omaggio e va a sedersi con studiata calma sulla prima fila della platea. Il tutto sorridendo magnifico e distratto. Io, per evitare l’esiguo traffico di luglio, calo trafelato, avendo lasciato la macchina a due km, all’ingresso due ore prima, per scoprire con orrore che il nome della persona di riferimento, che diligentemente mi ero scritto sulla mano con la penna, si è cancellato a causa del sudore. Confuso, mi impappino, biascico, mi confondo e contraddico, finché, prendendoli per stanchezza, gli uscieri mi danno, disgustati, l’agognato invito.

Mi restano più di 100 minuti per tracannarmi qualche birretta e per farmi un giro per la mostra “L’invenzione del Basso” a cura di Pablo Echaurren. E’ l’occasione per vedere esposti in un colpo solo Fender, Gibson, Rickenbacker (che un sempliciotto convenuto etichetterà come strumento dal suono sgraziato, povera ItaGlia…), Gretsch, Hagstrom, Framus, Hofner, Vox, Eko… e i collage che questi hanno ispirato al figlio del mio concittadino Sebastiano Matta. Il premio allo strumento più bello va al basso “Bo Diddley”, verde pisello e dalla forma picassiana. Echaurren sottolinea come nel 1951 siano nati il Fender Precision, il miglior bassista del mondo (Billy Wyman) e il peggior addetto alle quattro corde dell’universo (lui stesso). Eh eh che simpatico Pablo! E bhe, come bassista non lo so, ma come collager, puoi senz’altro aspirare al titolo. Ah Ah. Che burloni, noi di Nerds Attack!

Va bene, bando alle ciance, che intanto sono riuscito ad ingannare il tempo (“Tempo: figlio di puttana”, Carlos Trillo) e a sedermi al centro della tribuna della Cavea. Alle nove e qualche minuto, gli scozzesi salgono sul palco accolti dal boato dei presenti, non numerosissimi (parecchie le poltrone vuote sulle ali dell’anfiteatro), ma calorosi. Il nucleo Storico- Stuart Braithwaite, Dominic Aitchison, Martin Bulloch –  campeggia compatti sul lato sinistro del palco, attorno all’essenziale drum set, mentre sulla parte destra troviamo gli “ormai mica tanto” nuovi arrivati John Cummings (la sua sarà, invero, una prestazione un tantino opaca, da gregario) e Barry Burns, che si divide tra chitarre, vocoder, preziose tastiere e due laptop, di cui va sottolineato l’uso massiccio nei pezzi tratti dall’ultimo ‘Hawk Is Howling’. Lo spegnersi del sole e l’innalzarsi in volo di uno stormo di gabbiani accompagnano poeticamente il primo pezzo della scaletta, la scintillante ‘New Paths To Helicon, Pt. 1’. Si tratta di un tipico brano mogwaiano, con un inizio lento e sognante, intessuto dal pulsare del basso, incaricato di tracciare la melodia, e il grattugiare di una sola fender, cui progressivamente vanno a stratificarsi colpi potenti e metronomici di batteria e il feedback delle altre chitarre per la gioia dei nipoti di Phil Spector.

Il post rock è il punk della borghesia. Gli scozzesi sono i Ramones del post rock. Punk, perché si basa sulla reiterata ripetizione di schemi ben precisi (es. la nota dicotomia forte/piano), la parsimonia nella scelta delle note e sul poggiare l’attenzione dei musicisti su elementi altri e diversi dalla sterile tecnica. Della Borghesia, termine qui privo di qualsiasi accezione negativa o sociale, in quanto progenie artistica di ragazzini destinati a studiare nei college, troppo benestanti per condividere veramente la rabbia proletaria, troppo poveri per aspirare alla plastica del jet set, troppo intellettuali per gli assoli da quindici minuti. Ramones del post rock, perchè puoi pescare a caso dalla loro discografia sapendo esattamente ciò che ascolterai, ma conscio che ne varrà comunque la pena, come per qualsiasi cosa incisa dai finti fratellini portoricani. Ne è prova che mi trovo a ballare praticamente tutti i pezzi, seduto con un sorriso ebete sugli scomodi gradini di un teatro romano. Complici anche un cortesissimo Braithwaite, che ringrazia in continuazione e l’alticcia rilassatezza di Aitchison, che pare molto più a suo agio rispetto un anno fa, in quel di Roseto degli Abruzzi. Le tastiere di ‘I’m Jim Morrison’ si alternano all’intrecciarsi di caldi arpeggi, mentre in sottofondo un loop glaciale risuona funebre. Quando gli effetti vanno in saturazione, sono le mani di Burns che guidano gli spettatori fuori dal Caos, stilando miele dai tasti bianchi e neri. Meritano di essere citati due ripescaggi da ‘Mr Beast’, una “auto-rock” che monta e monta come marea di Portland, come suggerito dal doppio martellare di piatti, ma mai si infrange sugli scogli della deflagrazione noise, e, soprattutto la cinematografica dolcezza di ‘Friend Of The Night’, sottofondo ideale per l’ultima sigaretta prima di qualsiasi addio nel freddo della notte. Chiude la prima parte una tellurica ‘Batcat’, con i fratellini di Gizmo che si mettono a pasticciare con atmosfere lugubri e pesanti, molto doom: curioso corto-circuito il fatto che il metal degli ultimi anni, evolutosi in maniera significativa proprio grazie al post rock, torni come boomerang ad influenzare i paladini del genere.

Saluti, pausa in camerino, richiamo da parte dell’inferocito pubblico ed inevitabile bis. ‘Hunted By A Freak’ urla il freak dietro di me. Et voilà viene subito accontentato dal crudele languore di questo ripescaccio da ‘Happy Songs For Happy People’, con gli accordi di tastiera che avvolgono il lacerare delle chitarre, che scavano nella carne, fin dentro i nervi. Preso da entusiasmo, lo spirito nerd che mi abita dentro, mi fa gridare “glascomegasneik”. E come da copione, parte invece ‘Fear Satan’. Ma va bene uguale. Stuart Braithwaite si contorce su se stesso per trenta secondi buoni, e malgrado la pancetta e l’alopecia, è impossibile non scorgere il ragazzino di quindici anni che passa il tempo a fissarsi le scarpe, in attesa di lasciare i sobborghi di Glasgow. Parte quel drumming sghembo e matematico, e poi ci si buttano giù a capofitto tutti gli altri componenti. Si riprende fiato con una pausa liquida, con atmosfera tortoiseane, con adagio stuzzicare degli strumenti, prima di quello scarto improvviso e rumoroso, con le tre chitarre che macinano e fanno tremare i muri, bruciando note alla temperatura dell’inferno, per poi spegnersi lentamente nel finale. Si riaccendono le luci.

Carlo “Aguirre” Fontecedro

6 COMMENTS

  1. Ah, sei tu quello che ha gridato GlasowMegaSnake! M’hai tolto l’urlo di bocca. E cmq non eri abbastanza Freak da farti ascoltare 😉
    Peccato, ma grandioso concerto comunque!

    ps: altra grande assente: Travel is dangerous!

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