Modest Mouse @ Circolo degli Artisti [Roma, 3/Giugno/2007]

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All’una di notte è ben difficile essere lucidi, ben difficile mettersi a un PC per spiegare che hai appena visto i Modest Mouse e quello lì che suonava con. E’ difficile in maniera cattiva. Perchè? Perchè bisognerebbe essere misurati e non sperticarsi una volta tanto, magari prendersela con l’acustica del posto o boh, con il fatto che magari i ragazzi sul palco sudano tanto. Ma i Modest Mouse, ad oggi, sono senza dubbio il più grande gruppo del pianeta. Sapevo che sarei arrivato all’esagerazione, ma Isaac Brock e compagnia se su album non sbagliano niente, dal vivo alzano il volume, ci mettono la carne, quello che manca, il sudore appunto, tutto quello che in una stanza, un iPod, una macchina e un qualsiasi stereo non può contenere, l’essere un muro a cui poggiarsi anzichè immaginarselo. E parte il tutto con “Ocean Breathes Salty”, e personalmente dopo tre minuti netti il senso del ragionamento di chi è al PC ora è andato via bello fritto, a vedere quest’armata strana con uno spilungone in mezzo vestito come un marinaio con maglietta a righe bianca e nera, Brock che sembra un carpentiere in jeans e maniche arrotolate sopra il gomito, uno che sembra dire “stasera c’è da fare” e che ogni tanto si abbassa una benda da pirata su un occhio, e mostra le sue braccia sudate piene di tatuaggi, tra cui un forcone nettuniano. Una ciurma, con due batteristi dietro a fare legna e un uomo sulla sinistra, dinoccolato, che in principio si avvicina con passetti al concerto per poi farlo sui. Sì quello lì, quello che suonava con gli Smiths, Johnny Marr, l’autentico Dio della serata. Quello che aggiusta lo sporco delle isterie musicali e vocali di Brock (al lato opposto del palco) mentre scivolano via “Float On”, “Bukowski”, “Satin In A Coffin”, “We Are Everything”, lui è lì e con le sue note mai sentite suonare così tonde, così perfettamente dentro la cosa Modest Mouse, più lui di chiunque altro alla prova del palco. Lui, Johnny Marr, è quello che guida la cosa, e Brock gli lascia tranquillamente l’onere, lui fa il nervoso quello che riempie gli accordi grattando la sua chitarra (che non cambia mai) mentre Marr accarezza “Dashboard”, “Spitting Venom”, “Missed The Boat” e “Fire It Up”, cambiandone tre (due jaguar e una rickembacker) con scarpe da ginnastiche bianche, parlando con i fonici, guardando il pubblico, un carisma tale che per due thanks credevo di perdere l’udito per gli strilli che venivano da dietro. Sempre più sudore, sempre più cinque (a tratti sei sul palco) che sputano tutto fuori, come mai visto prima, perchè sentire quelle canzoni lì su un palco qualsiasi non è come sentirle su un cd (in vendita a 10 euro al banchetto), è tutta una cosa nuova che fa precipitare lo stato d’animo nell’assuefazione più totale. Viene quasi da dire e ora come faccio? Quando li rivedrò? E soprattutto ci sarà ancora quello lì che suonava con…? Non so, è così difficile e sto pezzo a metterlo su c’è voluta una ventina di minuti, quello che basta per ragionare sul fatto che un concerto così non si regala a nessuno, e per questo un minimo mi sento fortunato. Anche se magari tra qualche giorno ci sarà qualcuno che dirà, indie il cazzo, Johnny Marr beve acqua e coca cola. Questione di essere tondi…

Giorgio Palumbo

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