M.I.T. Meet In Town Festival @ Auditorium [Roma, 11/Aprile/2010]

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Il Festival dell’elettronica e della sperimentazione. Ma soprattutto il Festival della celebrazione totale di Christa Päffgen, di Nico. Meet In Town si tramuta in principe per una notte. Uno sforzo enorme. Un evento nell’evento. Potremmo trovare altre frasi fatte e alquanto banali per descrivere questo imperdibile appuntamento, ecco perchè sarà meglio addentrarsi a capo chino nella cronaca e nel folklore. Io e il Gherardi siamo previdenti. L’appuntamento per centrare il bersaglio è molto prima delle 17. Per sfuggire a orde di abbrutiti figuri ululanti colpiti dalla solita gioia effimera del pallone. Lo spazio antistante l’auditorio è ancora popolato dalle famiglie della domenica pomeriggio. Tricicli, bambini giubilanti, sole, il solito via-vai del giorno di festa.

Si incrociano le prime facce (losche) amiche. Il pass è un bel rettangolone di plastica patinata. Ma i cancelli sono ancora chiusi. Mentre sorniona si comincia a formare una fila ovviamente irregolare. Altri incontri. C’è sana eccitazione. Un caffè nel super bar trendy all’esterno è all’irrimediabile sapore di bruciato. Sembra di essere in fila per un imbarco Rynair. Pronti allo scatto per accaparrarsi il posto migliore. Ogni singola persona viene munita di braccialetto. Le operazioni sono laboriose, dunque lunghe. Alle 18.30 si esordisce nello Spazio Risonanze con i Plaid. Ogni sala ha un suo foyer destinato all’elettronica. I londinesi Andy Turner e Ed Handley sono supportati come sempre dalle loro “macchine”. Il nuovo live album ‘Scintilli’ continua ad essere “suonato”. Elettrotechno con lo stampo Warp. Le immagini proiettate ai lati dei protagonisti rendono più coinvolgente l’atmosfera. Tra palloncini dello sponsor e bottigliette da 25 di Ferrarelle. Lo spazio si va lentamente riempiendo.

Alle 19.15 nella Sala Sinopoli (già allestita per il successivo momento che sarà dedicato a Soap & Skin) compare la romana Alessandra Celletti. Sola col suo piano. Vestita di lamè dorato. L’enorme fondo proietta fluttuanti immagini che si sposano a meraviglia col tocco classico e pop della proposta di questa artista trasversale. Un segmento di raro incanto e caldo rapimento. Ma è il momento di spostarci ancora. L’auditorium si sta lentamente popolando nella sua quasi totalità (forse 4mila le presenze finali). Ogni foyer-anfratto è ormai sistematicamente pieno. Su e giù. Ci sono praticamente tutti. Con in mano il fedele programma io e il Gherardi siamo diventati maniacalmente svizzeri. Ci aspetta la Sala Petrassi e l’incredibile spettacolo dei Santasangre.

Il collettivo di teatro sperimentale romano ha questi nomi: Diana Arbib, Luca Brinchi, Maria Carmela Milano, Pasquale Tricoci, Dario Salvagnini e Roberta Zanardo. Bisogna citarli. Propongono ‘Seigradi. Concerto per voce e musiche sintetiche’. “Un esperimento coreo-sonoro in cui fonti luminose, immagini olografiche, suoni campionati direttamente in scena ed elementi naturali rendono il luogo della scena una lanterna magica di grandi dimensioni. La sfera musicale viene proposta come un organismo sonoro auto-produttivo, in esso infatti proliferano e si generano suoni-visioni-azioni a partire dalle risorse interne allo spazio scenico”. La fine del mondo. Il ritorno alla sintesi. Una sorta di apocalisse sonorizzata drone. Sul palco una parete di specchi inclinati su cui vengono proitettate immagini, a loro volta riflesse da uno sfondo bianco posto davanti, in alto, all’installazione. Angoscia. Un trip assoluto. Unico.

Al Teatro Studio c’è curiosità per l’arrivo dei britannici Wild Beasts. Leeds, secondo album ‘Two Dancers’ acclamato dalla solita stampa asservita all’indie(ligencia). Il quartetto fa parte di quella schiera di band che devono piacerti per forza. Te le devi far piacere per forza. Non ci sono santi. Su disco va bene tutto. Su disco possono essere tutti “buoni”, “divertenti”, financo “coinvolgenti”. Su disco, però. I Wild Beasts arrivano dunque trainati dall’hype. Virulenta e contagiosa malattia del nuovo millennio. Accolti da una intro pomposa entrano con un brano che si affloscia in trenta secondi. Chitarre con postura ascellare, movenze sincopate in ricordo dell’epoca Madchester che ovviamente non gli appartiene, senza pezzi memorabili. Ogni canzone ha un discreto inizio. Ti aspetti da un momento all’altro un’esplosione che non arriva mai. Mai. La voce falsettata e impostata è poi l’aspetto peggiore. Orrendo il momento dello scimmiottamento buckleyano, con una canzone fuori luogo e decisamente brutta. Alla voce si cimenta anche l’altro chitarrista incappellato. Ma il risultato non cambia. Ho visto gente talmente fomentata dall’attesa che già sull’intro muoveva furiosamente la testa. Ma ho visto anche tanta altra gente andar via dopo dieci minuti. Ho visto un gruppo inutile.

Passiamo per i vari foyer. A noi si è unito Kappa. Fernando Corona (aka Murcof) ripropone nel foyer Santa Cecilia ‘The Versailles Sessions’, disco che due anni fa aveva rappresentato con tanto di orchestra. Suggestivo. Onirico. Nello Spazio Risonanze ritarda Tim Shaw (aka Tim Exile), estrazione classica ma battitore libero e punta di diamante del breakbeat. Preferiamo tornare alla Sala Sinopoli dove sta per iniziare Soap & Skin. Lei è Anja Plaschg, ventenne austriaca, pianista di chiara formazione classica, estatica e malinconicamente toccante. ‘Lovetune For Vacuum’ è l’album che l’ha portata alla ribalta nel 2009. Supportata da un sestetto di archi e fiati fa il suo ingresso tenebrosa, come uscita direttamente dalle pagine di un romanzo dell’800. Nei quattro brani che riusciamo ad assorbire c’è tutta la sua vita artistica. Paragonata a Bjork quanto a Cat Power. Ma c’è molto di più e una giovane età che le dona la possibilità di una via lastricata verso affermazioni totali.

La coda al bar è lunga quanto quella per entrare normalmente al Louvre. Meglio lo stomaco vuoto alle gomitate. Ora non c’è più spazio per niente. Qualche minuto prima delle 22 le nostre strade si dividono. Per colpa dei numeri pari e dei numeri dispari. La sala Santa Cecilia, in tutta la sua fierezza ed imponenza, si va lentamente inginocchiando al sold out. “Life Along The Borderline” viene proposto per la quarta volta. La seconda in Italia dopo Ferrara. Ci sono tutte le tipologie di pubblico. Addetti ai lavori a parte, bambini, ragazzi indie, ragazzi di Prati e dei Parioli, stranieri, dark, signori di mezza età, nugolo di fotografi, compresi i soliti capitati per caso che forse avranno sentito parlare di Nico due-tre volte in vita loro.

Dopo il consueto annuncio che ricorda di spegnere i cellulari e non fare foto, le luci si abbassano lentamente. Accanto a me ho un ragazzo milanese, espertissimo della discografia di Nico, che già aveva assistito al tributo in terra ferrarese. L’inizio viene annunciato da un presentatore “ufficiale”. Che alla fine dei ringraziamenti: “Please welcome John Cale. L’emozione è forte. Il 68enne gallese entra dalla sinistra e si siede al piano. Gli aggettivi per descrivere un monumento assoluto trovateveli da soli. E’ accompagnato dalla band che lo segue ormai da qualche tempo, tranne che per il nuovo bassista. Il co-direttore musicale del progetto Nick Franglen, il chitarrista Dustin Boyer, lo splendido batterista Michael Jerome (uno che ha suonato con un milione di artisti tra cui Ben Harper, Better Than Ezra, Devics, Richard Thompson…) e Josh Schwartz al basso.

Diciotto i brani in scaletta estrapolati da tutti gli album dell’indimenticabile valchiria di Colonia, escluso il primo ‘Chelsea Girl’, l’unico nel quale Cale (pur collaborando alla viola e organo in due brani) non compare come produttore-curatore maximo. Dunque il magnifico ‘The Marble Index’, il capolavoro ‘Desertshore’, ‘The End’ (un solo brano), ‘Drama Of Exile’ e l’ultimo (da riscoprire) ‘Camera Obscura’. Totale: dal 1969 al 1985. La John Cale band taglia il nastro con ‘Froze Warnings’. Cupa e incessante grazie alla voce ancora perfetta del fondatore dei VU. Iniziano le guest. La prima è una sontuosa Lisa Gerrard (non a caso l’ultima Nico di ‘Camera Obscura’ più volte verrà paragonata alla Gerrard) alle prese con ‘Falconer’. La Gerrard lascia senza fiato. Sto per commuovermi. Sublime. Statuaria come il suo completo di raso rosso. Capelli raccolti e splendido sorriso. L’aria si fa densa. Il livello è già a defcon 1. Laetitia Sadier reinterpreta ‘My Only Child’. Una deliziosa versione pop nel suo inconfondibile stile dove alla “sega” – pizzicata con l’archetto a ricreare il suono del theremin – compare anche Jonathan Donahue dei Mercury Rev. Pantacollant neri e magliettona a coprire qualche rotondità di troppo. Emozionata. Emozionante. Poi entra la sagoma alta e scura di Mark Lanegan. Apre i fogli con il testo di ‘Roses In The Snow’ che viene cucita addosso alla voce sempiterna del gigante americano. Completo scuro. Accigliato, arruffato, gigantesco. Bianca Casady è la metà più alta e meno simpatica delle CocoRosie. Il mio odio genetico verso il duo americano è noto, ma la “tedesca” ‘Abschied’ (sempre dal fantastico ‘Desertshore’) nella quale si cimenta l’artista (vestita come il Gatto con gli Stivali) è apprezzabile così minuettata e teatralmente coinvolgente. La meno dotata del lotto è senza dubbio Joan Wasser (aka Joan As Police Woman), scarpe alte bianco-laccate, completino nero scollato. E’ goffa nelle movenze. ‘Janitor Of Lunacy’ sembra fatta apposta per lei. Non del tutto convincente. Come appare leggermente sovrastato da ‘Fearfully In Danger’ Jonathan Donahue che arriva con il fido chitarrista/clarinettista Sean Mackowiak. Il leader dei Mercury Rev è truccato come un folletto/alieno. Orecchie stile Star Trek, argento scuro in volto e guanti dello stesso colore. Il quartetto d’archi e il quartetto di coriste si alternano praticamente sul palco, ad accompagnare ora un artista ora un altro. Prima dell’intervallo una piccola grande meravglia si schiude alla presenza (minuta ed incinta) di Shara Worden (aka My Brightest Diamond). Sontuosa nella struggente e lirica ‘Ari’s Song’. Capolavoro.

Una manciata di minuti di pausa. Mi guardo attorno. Sono un privilegiato. E comincio a ricordarmi le versioni originali, fin dove sapere e memoria mi conducono. Le luci si spengono nuovamente. Joan Wasser torna da sola e si mette al piano. ‘My Heart Is Empty’ è il brano che questa volta dona l’aura perfetta all’artista americana. Intensa. A suo agio con lo strumento principe della sua vita. Applausi sinceri. Sola con il quartetto in nero d’archi ecco risplendere ancora Lisa Gerrard. ‘No One Is There’ è da brividi. Grandi sorrisi e saluti. Se qualcuno avesse dei dubbi o volesse comprendere l’arte del canto, avvicinarsi a questa 48enne australiana, è obbligo morale e intellettuale. ‘Afraid’ mantiene Laetitia Sadier sui livelli di cui sopra, John Cale e la banda alle prese quindi con ‘Sixty-Forty’, Mark Lanegan torna nel suo personale inferno-paradiso con ‘You Forgot The Answer’, unico pezzo preso da ‘The End’. Accenna un saluto e scompare dietro le quinte. Sierra Casady è vestita praticamente come la sorella. Saltella, zompetta, sorride e con la voce che l’ha resa famosa eccola dedicarsi a ‘Win A Few’. Riceve gli applausi di Cale e felice come una Cappuccetto Rosso esce dal proscenio come fosse in mezzo ad un bosco. ‘Evening Of Light’, con i due Mercury Rev, è uno dei punti più alti della serata. Devastante. Reiterata. Gigantesca la band a supporto. L’eccellenza è raggiunta. Poi direttamente dall’altra sala, ecco Soap & Skin, con cambio di vestito e pettinatura. Cale l’aveva già voluta a Berlino. ‘Tananore’ da ‘Camera Obscura’ è pura poesia. Evocativa. Di un altro pianeta. John Cale e i suoi compagni chiudono con ‘Facing The Wind’. L’illuminato è in splendida forma (anche se i capelli sono colpevolmente tinti). Poi il gran finale che richiama tutti i protagonisti sul palco.

‘All That Is My Own’, ancora una volta da ‘Desertshore’, vi farà comprendere perchè il vero masterpiece di Nico sia proprio questo lavoro del 1970. Una strofa-ritornello per ognuno. E’ la magia totale. E’ il coronamento di un tributo unico e irripetibile. Tutti cantanto, tutti tengono il tempo, fino alla chiusura destinata a sua maestà Gerrard. Standing ovation. Applausi totali. Rapimento e anima in fiamme. Il festival per noi si chiude qua. Fuori l’aria è umida. La pioggia si è fortunatamente fermata. Non l’emozione di uno spettacolo assoluto. Nico sarà felice. Spostandosi i lunghi capelli biondi con quel semplice gesto della mano.

Emanuele Tamagnini