Mission Of Burma @ Locomotiv Club [Bologna, 9/Dicembre/2012]

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“It-will-be-louuud-!”. Qual miglior premessa per un concerto? E’ il labiale che riesco a leggere dalle labbra del roadie dei Mission Of Burma, mentre allunga un barattolo pieno di tappi per le orecchie a un ragazzo sistemato in prima fila, faccia a faccia con l’amplificatore di Roger Miller. Ne prendo un paio anch’io ma non mi serviranno, pazienza se la resa sonora stando sotto al palco non sarà un granché, è così che voglio godermi questo concerto. E poi si tratta comunque di punk. Anzi: progressive punk, così vengono etichettati i Mission Of Burma nella bibbia “Post Punk” di Simon Reynolds, così si autodefinivano agli inizi, in quella prima parte di una carriera iniziata a fine anni ’70 e poi interrotta dopo solo alcuni 7”, EP e un unico vero album, l’imprescindibile ‘Vs’, a causa degli acufeni di Roger Miller. Poi, quasi venti anni di silenzio e la resurrezione nei primi 2000, altri quattro dischi pubblicati, uno più bello dell’altro, l’ultimo ‘Unsound’ rilasciato a luglio scorso e per il sottoscritto già sul podio delle uscite dell’anno.

E’ stando sotto al palco che realizzo che chitarrista sia Roger Miller, probabilmente uno che potrebbe suonare qualsiasi genere. E’ qui che ammiro Clint Conley e decido che lo vorrei come zio, tanto fico e vissuto mi pare, tanto ganzo con quel Fender Jazz che suona con un plettro e perfino con accordi, rendendolo di fatto una seconda chitarra ancor più tellurica. E’ qui che capisco perché ci siano delle pareti di plexiglass al lato sinistro della batteria di Peter Prescott: per quanto e come ci dà dentro, altro che acufeni farebbe riacutizzare al povero Roger. Tutto quello che non avevo apprezzato due anni fa vedendoli in azione in Portogallo. Certo, avevano una carica pazzesca e che carica anche stasera, da ‘Donna Sumeria’ in poi, passando per la nuova, trascinante ‘Dust Devil’ fino a quella perla in crescendo, dall’arpeggio iniziale all’esplosione finale, che è ‘Trem Two’. In mezzo, la furia di quei venti anni di vuoto, quasi come se dovessero recuperare il tempo perso epperò nella maniera più naturale e viva possibile, ancora con addosso la furia di quei tumulti di inizio ‘80s, con le voci ora ad alternarsi brano per brano e ora a rincorrersi, con l’alone di Husker Du e molto più. E chissenefrega del suono impastato e di quel paio di brevi pause per magagne tecniche, prontamente risolte dal solito roadie, se riesco a cogliere lo spirito di questo fantastico trio più uno – non dimentichiamoci assolutamente di Bob Weston, “quel” Bob Weston in cabina di regia, a miscelare loop e regolare suoni e nastri, valga per tutti il rumore bianco della strumentazione appena lasciata dalla band, subito prima del bis, preso e rimandato alla casse su gentile richiesta di Clint. Uno spirito esplicitato con ‘1,2,3 Party’ e con l’ormai mitico roadie a spuntar davanti al microfono e poi a nascondersi dietro agli ampli solo per pronunciare quei tre numeri. La chiusura è gioia pura, con il recupero di ‘That’s when I reach for my revolver’, uno dei primissimi brani della band e anche a me le orecchie fischiano un po’, al punto che ancora non so se il singalong sul ritornello me lo sono immaginato o erano ancora una volta solo le voci di Miller e Conley lì all’unisono. Ecco, questo godetevelo anche voi (apri). E io spero proprio che questo non fosse il tour d’addio della band, come vociferava qualcuno. Lo spero per voi.

Piero Apruzzese