Misfits @ Piper [Roma, 16/Settembre/2011]

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Era bello il sabato pomeriggio quando si prendeva l’autobus per andare al Piper, uno dei pochi locali esistenti nella capitale nel medio evo degli anni ’80. Ma io avevo scelto di essere un metallaro disadattato invece che solo un disadattato e quindi prima d’ora non ci avevo mai messo piede. Confesso che l’idea di veder suonare proprio lì uno dei gruppi che allora preferivo mi attirava proprio. Unica data italiana, fuori c’è molta gente, per di più under 18 o giù di lì, a parte qualche genitore accompagnatore che resta fuori parcheggiato in seconda fila e noi coetanei dei genitori, accompagnatori di noi stessi. Nell’attesa passo il tempo con riflessioni sull’unidirezionalità del tempo e osservo infastidito le tempeste ormonali dei ragazzetti capelluti di cui ero preda esattamente nello stesso modo soltanto 20 anni fa, cosa che sembro aver dimenticato.

La sala è strapiena quando le note intramontabili dei Led Zeppelin scalda-impianto vengono interrotte dalla colonna sonora del film ‘Halloween’, intro quanto mai appropriato per un concerto della band bandiera dell’”horror punk”. Ma ecco che tre signoroni mascherati, dolcetto o scherzetto, salgono sul palco. In barba a ogni previsione iniziano con la canzone ‘Halloween’. Il volume è altissimo, il suono confuso. Al centro si sente sicuramente meglio, ma ho troppi dolori per trovarmi dentro una tonnara, così insieme ai veterani Carlo e Carlo decido di restare da parte, tanto, come per ogni frequentatore di concerti romani, l’acustica scadente è mio pane quotidiano. Suoni da gruppo death metal poco si addicono al punk ‘n’ roll dei Misfits, ma magari la scelta di buttarla in caciara (in italiano: confondere le acque a proprio vantaggio per mascherare carenze o debolezze) avrà le sue motivazioni. Riesco perfino a riconoscere un bel po’ di pezzi, nonostante la voce del borchiatissimo e stempiato Jerry Only sia mantecata con ciò che esce dalle esagerate cataste di Marshall e Ampeg, invece che emergere come dovrebbe. Non avendoli mai sentiti nella “nuova” formazione, la voce mi sembra però saper imitare abbastanza bene quella di Glenn Danzig, che risuona ancora con affetto nel mio DNA. Quindi metto da parte le perplessità e mi ascolto canticchiando na na naaa i pezzi che conosco. Ogni tanto anche alcune cover dei Black Flag, forse portate con sé dal batterista ROBO e dal chitarrista Dez Cadena, mischiata fra le varie ‘Astro zombies’, ‘Hollywood Babylon’, ‘I turned into a martian’, ‘Skulls’ e via dicendo fino al bis “a sorpresa” ‘Die, die my darling. Tante allegre canzoncine. Praticamente dall’inizio, i più temerari fra i simpatici teenager si avventurano nella scalata al palco per la gara di ballo e tuffi, seguiti poi da una moltitudine di coetanei che seguono l’esempio avvicendandosi senza pausa nelle acrobazie fino agli ultimi pezzi. Baci e abbracci ai musicisti, foto col telefonino, air guitar sfrenato, contributi vocali nel microfono. Il tutto senza opposizione dei due omoni truccati, che non risparmiano sorrisi e hi-five, soprattutto quando a farlo sono teenager di sesso femminile. Insomma, malgrado la presenza di teschi ovunque mi sono riempito di gioia e freschezza. Però ora devo andare ché mamma mi aspetta per portarmi a casa.

Simone Serra