Mirah + Tara Jane O'Neil @ Init [Roma, 31/Maggio/2009]

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Chi apre per chi, chi presiede a chi in una domenica in cui capricci climatici vincono sul caldo saturo, non l’ho ancora capito. Io mi aziono esclusivamente per Tara Jane O’Neil, da Washington e con l’ultimo lavoro nel sacco ‘A Ways Away’ marchiato K Records. Si tratterà effettivamente di una performance gemellare. Tre presenze prima, le stesse tre dopo.

Alle 23:30 passate e decomposte, finalmente sul palco Tara Jane O’Neil [ah, apre lei allora…]. Un vero maschiaccio con i capelli da ragazzaccio se a tradirla non fosse quel brillantino all’orecchio ed alcuni dettagli fisici occultati da un camicione da taglialegna. La camminata piombata e la postura non detengono certo a favore del suo genere d’appartenenza tanto che, sentirla poi cantare in ombra [manifesta intolleranza alla luce forte], con quel velo di voce crepuscolare, dolce e lunare, produce una certa, piacevole sorpresa. Magari ci si aspettava stridori luceferini, appassionate espulsioni di voce strizzata, invece no. Mi piace il momento strascinato e diluito di ‘Dig It’ tra chitarra e batteria [ci sono solo quelle inizialmente], poi anche quando fa ingresso la seconda chitarra suonata dalla compagna di etichetta Mirah, le atmosfere si articolano di più rimanendo comunque livellate in un equilibrio temperato in cui strumentazione e voce sembrano viaggiare nella stessa bolla di sapone, opalescente e liquida. Minimalismo compositivo ed espositivo quello di Tara, chitarra sfumata tra dreamy e slowcore a ricordarmi nomi come Julie Doiron. Uno stile deterso, a mollo tra chitarra rarefatta e sofficità vocale, vento tra i capelli come quando e finalmente sopraggiunge il brano con cui ho conosciuto l’artista ‘The Poisoned Mine’; semplicità ma di spessore, dal vivo suona squisito proprio come una gettata d’acqua dopo una giornata siccitosa. Un’artista con un buon senso degli equilibri e delle tensioni, gentile e tenue negli spazi vocali, una performance decisamente buona.

Poi è il turno di Mirah; per cui, come anticipato, sono comunque le stesse tre persone: Mirah, Tara e la batterista di poco prima. Di nuovo insieme e quindi Mirah esordisce con un “sono Mirah ma è un’altra band, prima Tara, ora Mirah”. Sì me ne sono accorta, dai suona! Terzo tentativo quello dell’artista di approdare a Roma, spiega. Una volta fu anche per colpa del tanto traffico che l’aveva bloccata nelle montagne vai a capire dove. Pare il suo ultimo album ‘(a)spera’ – sempre concepito in casa K Records – sia puntinato da una ricca orchestrazione tra archi e fiati. Un compost indie folk pop country rock in cui ci si perde. Non sento il dettaglio, una voce come molte che riesce a far presa solo nei momenti più “stretchati”. La precisione c’è, i tempi e la bravura e anche un buon movimento e ben sostenuto, ma temo di non riuscire ad intravedere il carattere. E chissà, forse avrebbe esercitato più presa impreziosita da quelle masse orchestrali che qui erano ridotte a tre elementi. Da rivedere. Forse.

Marianna Notarangelo

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