Minor Victories @ Santeria [Milano, 24/Ottobre/2016]

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Del progetto Minor Victories si parla già da diversi mesi, nonostante il disco di debutto abbia visto la luce “solamente” a giugno. La collaborazione fra Rachel Goswell degli Slowdive e Justin Lockey degli Editors, poco dopo allargata anche a Stuart Braithwaite dei Mogwai e a James Lockey (regista e fratello di Justin), aveva alimentato la curiosità di pubblico e stampa specializzata, poi ampiamente ripagata da un lavoro fra i più apprezzati della seconda metà dell’anno. Comprensibili, per le ragioni di cui sopra, le grandi aspettative per l’unica data italiana del tour di supporto al lavoro omonimo. Come per le altre tappe, anche al Santeria Social Club di Milano si è registrata l’assenza di Justin Lockey (impegnato con gli Editors), oltre alla presenza di Nicholas Willes alla batteria e Calum Howard alle tastiere. La band si presenta sul palco puntuale, mentre sullo sfondo nero dello schermo campeggia la scritta “Minor Victories”, accolta dagli applausi dei tanti presenti, interrotti soltanto dall’attacco di ‘Give Up The Ghost’: le atmosfere oniriche cullano il cantato angelico di Rachel fino alla coda di ‘The Thief’, in cui i sussurri della vocalist si disperdono in un flusso sonoro disegnato da chitarra e basso, impreziosito dal synth e scandito dalla batteria, fra pulsioni post-rock e visioni eteree. Il fascino oscuro di ‘A Hundred Ropes’ precede ‘Cogs’ e l’apprezzatissima ‘Breaking The Light’ e il live scivola leggero, fra gli echi e i riverberi dei momenti più dream e l’intensità di un post che si sfiora i confini del noise. Seppure con un ordine diverso, nel live vengono proposte tutte le tracce di ‘Minor Victories’ ad eccezione di ‘For You Always’, data l’assenza del suo autore e interprete Mark Kozelek. Il tono epico e le deflagrazioni di ‘Scattered Ashes (Song For Richard)’ anticipano ‘Higher Hopes’, in cui gli acuti di Rachel spianano la strada a un crescendo sonoro che fa tremare le pareti del Santeria Social Club. Alla coda noise di ‘Out To Sea’, resa interminabile dagli strumenti lasciati in feedback anche dopo il congedo, il compito di suggellare in maniera definitiva il concerto. Sono in pochi ad arrendersi alla realtà, ovvero a un’ora scarsa di live e a nove pezzi, ma la realtà è che difficilmente ci si poteva aspettare di più: la band ha suonato tutto quanto era in repertorio e proporre i pezzi dei gruppi di provenienza dei membri sarebbe stato difficile, perché si sarebbe corso l’inutile rischio di snaturarli e di inficiare la bellezza di un’esibizione pressoché impeccabile. Conta di più la quantità o la qualità? La risposta può senza dubbio essere soggettiva e risulta obiettivamente difficile biasimare chi ha commentato con sarcasmo il rapporto fra la durata del concerto e il prezzo del biglietto. Ma, altrettanto onestamente, riteniamo necessario evitare di ridurre il giudizio a una mera questione numerica e limitarci a commentare lo spettacolo offerto la cui grandezza è invece fuori discussione.

Piergiuseppe Lippolis

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