Mike Watt @ Locanda Atlantide [Roma, 28/Novembre/2009]

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Mike Watt, bassista e fondatore di Minutemen e Firehose negli anni ’80, oltre che protagonista di una serie sterminata di collaborazioni (Sonic Youth, J. Mascis, Stooges tra gli altri), approda nuovamente a Roma, insieme a due musicisti italiani: Stefano Pilia ed Andrea Belfi, con precedenti esperienze rispettivamente nei Massimo Volume e nei Rosolina Mar. I tre stanno lavorando a un progetto titolato in italiano: ‘Il sogno del marinaio’, con riferimento alle origini nostrane della madre di Mike e al mestiere di marinaio del padre. L’ultima volta era venuto più di dieci anni fa, presentando la sua punk-opera ‘Contemplating The Engine Room’, in una serata in cui non aveva concesso molto al repertorio del passato.

A causa dello spostamento della location alla Locanda Atlantide, l’inizio del concerto è programmato per l’una di notte. Non arrivo in tempo per vedere gli zZz. Dopo di loro sono sul palco i Mammooth, che danno luogo a un set i cui momenti migliori sono quelli più rumorosi e psichedelici, mentre non (mi) entusiasmano le parti in cui si specchiano in ballad dal gusto più folk, né ravviva molto la situazione il contributo dell’attore Claudio Santamaria, amico e collaboratore della band, che si aggiunge a un certo punto sul palco.

Finalmente Mike e compari salgono sul palco. Devono ancora fare il check. Provano per un po’, poi concordano col fonico di “fare un giro, poi vediamo”. Per fortuna è buona la prima e il concerto inizia, quando è ormai l’una e mezza. Serious as a heart attack… le inconfondibili note di ‘Anxious Mo-fo’, da ‘Double Nickels’, disco capolavoro dei Minutemen, aprono il set, gratificando subito il nocciolo duro di vecchi fan. Seguono ‘Drove Up From Pedro’ e altri pezzi dai dischi solisti di Mike. Il quale, nonostante – o grazie a – l’orario e – probabilmente – un bel po’ di birre scolate nell’attesa, è in gran forma. Le mani scivolano sul basso con scioltezza impressionante, canta attaccatissimo al microfono, quasi volesse mangiarlo. Con gli altri sembra esserci ottima intesa, anche se è sicuramente lui il motore principale del suono, cercato continuamente con lo sguardo dall’ottimo batterista, nella ricerca dell’intesa sul ritmo. Le composizioni nuove (che dovrebbero dar luogo ad un disco) viaggiano su sonorità dai toni più free, con andature dilatate – post rock per dirla banalmente – con i due compagni di Mike che possono lasciarsi andare più liberamente. Su un pezzo è Andrea – il batterista – a cimentarsi alla voce, con un recitato sul tappeto sonoro che ricorda un po’ lo stile declamatorio dei Massimo Volume. Stefano Pilia si dimostra ottimo e poliedrico chitarrista, con l’uso di diverse soluzioni, generando suoni e distorsioni tramite bottleneck e un archetto di violino.

Sono comunque inevitabilmente i brani dei Minutemen eseguiti dai tre a scaldare maggiormente i cuori del pubblico. ‘Toadies’ , ma soprattutto ‘The Glory Of Man’, il cui anfetaminico incedere punk-funk rende impossibile stare fermi (almeno a me). Mike si dimostra anche un simpatico istrione, accompagnando i pezzi con una mimica facciale e una serie di smorfie che aggiungono un tocco di ilarità allo spettacolo. D’altronde stiamo parlando di Mike Watt, uno che – ormai leggenda della storia del punk rock – non si è mai calato nel ruolo di star o preso troppo sul serio, se non nel senso di continuare a lavorare e suonare, affinando sempre di più la sua tecnica e capacità. Il finale è affidato alla cover di ‘Funhouse’ degli Stooges, in un’esecuzione selvaggia e travolgente, con Mike che a un certo punto quasi tracolla sugli amplificatori alle sue spalle. I tre escono dopo un’ora serrata di concerto, e tutti i presenti, che avrebbero confidato in almeno un paio di bis, restano a bocca asciutta, quando dalle casse parte invece una ‘Boys Don’t Cry’ decisamente fuori luogo, che sancisce inequivocabilmente che il concerto è finito, unica pecca di un esibizione altrimenti ineccepibile. Anche se la scaletta, abilmente recuperata sul palco da un amico e che potete leggere sotto, racconta di due bis (e che bis) previsti ma non eseguiti. Volendo concludere con una banalità, si può certamente dire che l’altra sera – o meglio notte – a Locanda Atlantide il buon Mike Watt – brillantemente coadiuvato dagli altri due – ha dato conferma al famoso detto sulle botti vecchie e il vino buono.

Stefano Tonazzi

– Anxious Mofo
– The Partisan Song
– Drove Up From Pedro
– Punkinhead
– The Lighthouse Keeper
– Funanori Jig
– No One Says Old Man
– Zoom
– Verse IX
– June 16th
– Toadies
– Black Sheep
– Messed Up Machine
– The Glory Of Man
– Intense Song For Madonna To Sing
– Funhouse
– Do you want new wave (or do you wanth the truth)
– Political song for Michael Jackson to sing

Foto by Leather Parisi