Midlake @ Circolo degli Artisti [Roma, 22/Ottobre/2006]

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Uh, domenica. Di solito, causa il mio lavoro, la domenica sera ho solo voglia di tornare a casa, farmi venire il voltastomaco guardando 10 minuti la TV, cenare e abbandonarmi al letto. Stasera però dopo cena mi dirigo spedito verso il Circolo per gustarmi il triplo concerto di Robert Gomez, Fionn Regan e i texani Midlake, recenti autori di uno dei dischi più belli di questo 2006, “The Trials Of Van Occupanter”. Ma non solo, a incuriosirmi c’era anche Fionn Regan visto che il suo unico album pubblicato, “The End Of History” è un qualcosa da scoprire giorno dopo giorno, oscuro, delicato, soffuso, a metà tra Nick Drake, Sufjan Stevens. Tutti gli artisti sono affiliati presso l’etichetta Bella Union, una delle più accreditate del momento, visto che nel suo rooster annovera artisti come Explosions In The Sky, e Lift To Experience.

Arrivo verso le 21.45 e non appena varco la soglia del locale vedo la prima band salire sul palco. Ma non è Robert Gomez, ma bensì, ahimè, i Midlake. Eh già, il concerto è iniziato alle 20.40 (geniale eh?) e io mi son perso Regan e Gomez. Tiro giù un paio di grasse bestemmie e ingollo il boccone amaro.

La musica dei Midlake è un insieme di sensazioni ed influenze che pescano il meglio della tradizione rock americana con il meglio di quella inglese, il tutto coeso dalla voglia di sperimentare il loro particolare suono. Vengono proposte quasi tutte le canzoni del secondo album, la musica è un grandeur di malinconie assortite, ma senza deprimersi, a modo di loro infatti c’è anche tanta dolcezza in queste composizioni. Ecco “Roscoe”, dall’incedere disilluso, e poi “Young Bride”, sostenuta dai pesanti arrangiamenti moog, e ancora “Branches”, in assoluto la mia preferita, che si costruisce quasi da sè, piano piano, senza disturbare, ma c’è spazio anche per “Balloon Maker”, dal primo album “Banman And Silvercock”, con quei versi che mi si sono stampati in testa “come out to see the sun /you’re all we’ve got /but i said i think/ there’s more of them like us /and he said you might be right /we’ll find them in time somewhere”, un placido dondolio di musica e parole. Il pubblico applaude e apprezza mentre ascolta in maniera raccolta e silenziosa i quattro timidi musicisti texani che ringraziano di tutto cuore continuando a suonare con alle loro spalle proiezioni di video. A chiudere un brano dal primo Ep molto più sperimentale che non conoscevo e poi ultimo canzone la melliflua “Chasing After Deer”, due voci e due chitarre. Concerto perfetto per chiudere la settimana, di poche pretese ma di tanta sincerità e talento. Rimane solo da dire di che musica si tratta ed è cosa facile, si dice “indie”, si specifica Belle And Sebastian, Mercury Rev, Radiohead, e la recensione può finire.

Dante Natale

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