Mick Harvey @ Spazio 211 [Torino, 22/Settembre/2007]

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In questo momento esatto allo Stadio Delle Alpi di Torino ci sono settantacinquemila persone: tutte sono lì per vedere dal vivo un rocker italiano notissimo, una vera e propria star di casa nostra. Quelli che concretamente riusciranno a vederlo, però, non saranno più di quei cento, duecento che da ieri sera campeggiano di fronte ai cancelli. Gli altri settantaquattromilaottocento meno fortunati potranno comunque godersi lo spettacolo: a loro provvederanno dei giganteschi teleschermi, in grado di replicare l’immagine del Mito quante più volte possibili. Qualche chilometro più in là si trova lo Spazio 211: lo spazio, quello fisico, non è molto e c’è già un gran caldo a starci in cento… eppure, è soltanto in posti come questi che si riesce a capire che cosa significhi “stringersi” intorno alla musica e a guardare chi la suona dritto negli occhi.

Il Duecentoundici di Torino è l’unico Spazio in cui l’ossigeno non manca, anzi abbonda: chi dalla musica indipendente dipende in maniera cronica, qui finalmente respira, ogni tanto “aspira” ma soprattutto sospira di sollievo nel vedere che la scena altra ha ancora un porto solido in cui far scalo. (Spazio 211)

Nominiamolo subito e leviamoci il dente: senza la guida di Nick Cave (…oh!) i membri dei Bad Seeds smettono lo stato brado e si mostrano per quei musicisti abili e attenti che sono. Dalla fase Boys Next Door in avanti Mick Harvey è sempre stato il contraltare “apollineo”, per così dire, dell’ensemble australiano: l’oscurità riflessiva contrapposta a quella inquieta e selvatica dell’illustre collega. Oggi mister Harvey è un cinquantenne affabile e simpatico, è ispirato quando canta ma raramente perde il contegno: quando il nome titolare è il suo, il concerto diventa un evento per osservatori, a cominciare dalla stessa scaletta, che fa leva soprattutto sulla cultura dello spettatore. Si parte dal crescendo di “First St Blues” per finire con il ricordo di Jeffrey Lee Pierce, passando in rassegna anche Hank Williams e una doppietta firmata Serge Gainsbourg. Solo reinterpretazioni, e sono tanto più apprezzabili quanto più si avrà presente il confronto con i pezzi originali. Lo stesso Cave viene chiamato in causa, con una versione di “Come Into My Sleep” che funge da biglietto di auguri: “Now he’s in London. He’s having a great birthday party!” ci informa Mick. L’autocitazione è involontaria, ma sufficiente per mandare in brodo di giuggiole noialtri secchioni del rock. Il suo è un set da degustatori, insomma, da trascorrere sorseggiando una bionda e scrutando da una parte all’altra del palco i movimenti di ogni musicista: Wylder, impegnato a render giustizia ritmica tanto al rock quanto al jazz, l’ottimo James Johnston che si destreggia fra organo, manopole, chitarra elettrica e la sua lattina di Moretti, le dita sul contrabbasso elettrico di Rosie Westbrook (troppo giovane e sorridente per stare al passo coi navigatissimi compagni). Tutto trascorre al tempo lento e meditabondo di un unico, grande vecchio blues: fermo restando che, da un momento all’altro, le tastiere potrebbero schizzare acidissime verso l’alto, la batteria dare un’improvvisa sferzata e cambiare del tutto le carte in tavola… anche solo per un attimo. Anche solo per dimostrare che, malgrado competenza ed età, la Cattiva Semenza è piuttosto dura a perdere il vizio.

Simone Dotto

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