Mick Harvey @ La Palma [Roma, 18/Maggio/2006]

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E’ una giornata campale. Che termina con un’insolita serata nel soffuso ambiente jazzy de La Palma. Troppo soffuso e troppo jazzy però. La grande forza motrice dell’Init è sempre in movimento. Mr. Giampaolo “Ardecore” Felici introduce l’evento presentando il presidente del V Municipio che spiega perchè questo concerto viene offerto gratis. Ne prendiamo atto. Come ne prende atto un folto popolo ammiratore e un folto popolo disturbatore. Gli avventori casuali che hanno evidentemente scambiato La Palma per Piazza Euclide e Mick Harvey per il cantante degli Zero Assoluto.

In attesa di Michael John Harvey sale sul palco in solitaria l’avvenente australiana Loene Carmen armata di una chitarra elettrica che percuote sofficemente come i sussurri che emette nel cantare. Il suo secondo album “Slight Delay” ha scomodato critiche importanti, forte di una centralità intimista, frutto anche di una preziosa collaborazione con Jed Kurzel (Mess Hall) e con il grande Warren Ellis (Dirty Three). Non è un caso che Don Walker abbia descritto la bionda Loene così: “like Marilyn Monroe singing the songs of Bob Dylan or Lou Reed in a Vegas casino… except Loene writes her own…”. Una mezz’ora di incursioni velvettiane tra le ombre di Nico e quelle di un cantautorato a bassa fedeltà.

Mick Harvey entra in scena per ultimo quando già si sono posizionati Rosie Westbrook al contrabbasso, James Johnston all’organo (con alcuni momenti alla chitarra) e Thomas Wydler alla batteria. L’uomo di Rochester (classe ’58) è completamente vestito di nero. Non sembra neanche avere alle spalle tutta quella straordinaria storia, iniziata a scrivere agli inizi degli anni ’70, tra le mura scolastiche con Nick Cave, Phill Calvert e Tracy Pew. Il nichilismo The Boys Next Door trasfuso nel cambiamento in Birthday Party. Aggressività senza compromessi. Quindi da Londra a Berlino. Il nucleo dell’Europa attiva. Crime & The City Solution, These Immortal Souls, visioni soliste, l’amore verso Serge Gainsbourg (tributato in due lavori), le produzioni/collaborazioni elette (vedi PJ Harvey) fino al nuovo “One Man’s Treasure” fuori lo scorso anno. L’aria è ormai satura. Mick dispensa un discreto italiano. Grandissimi musicisti. Perfetti. E’ musica da film che Harvey sa bene come irradiarla. Tra Lynch ed il Peter Weir degli esordi. Il sapore delle distese australiane. Un “Kiss Or Kill” di oltre un’ora raccontato tra omaggi e inediti. C’è spazio anche per un pezzo dell’amico Chris Bailey (The Saints) mentre il contrabbasso che Harvey giudica “troppo profondo” detta i tempi nel buio, nel silenzio dell’anima. Un maestro. Autentico.

Emanuele Tamagnini

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