Micah P. Hinson @ Spazio 211 [Torino, 23/Aprile/2009]

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A forza di cantare di sfighe e tristezze, un po’ te le tiri da solo. Il tempo di suonare il primo pezzo della tua prima data italiana e già una corda ti schizza via dalla chitarra. Ricompari in scena poco dopo, lagnandoti di un furtarello a i tuoi danni che per giunta ti ha costretto ad avere delle grane burocratiche con quei “fuckin’ policemen”… il destino si accanisce contro di te, Micah P. Hinson! Eppure la tua voce è fatta apposta per superare asperità ben più epiche di queste: con quel baritono a ricordare il giovane Johnny Cash e una buona dose di indolenza mutuata direttamente dai miagolii di Bob Dylan, sa calzare indifferentemente qualsiasi abito sonoro le si metta addosso. Per evidenti questioni di spazio manca la sezione archi che punteggiava l’ultimo ‘…And the Red Empire Orchestra’, così ci si limita ad alternare convincenti brani di rock “duro” a parentesi country & western, dove l’ottimo batterista si converte al banjo e lo Spazio 211 in un saloon. Dopo un’ultima, poderosa suite elettrica – che rivela un’insospettata passioncella per il punk rock urlato – la scaletta soffre qualche calo di tensione dovuto all’eccesso di lenti. La riscattano prontamente i bis, che rialzano il ritmo e affidano la conclusione (rieccoci) alla voce di Micah, ora nuda con più niente addosso. Che un dono simile sia toccato in sorte a un ventottenne dall’aspetto nerdacchioso come lui piuttosto che al solito conterraneo con cappellaccio da cowboy e speroni ai piedi può bastare a fermare le sue lamentele sul destino per un bel po’…

Simone Dotto

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