Micah P. Hinson @ Piazza Castello [Ferrara, 18/Luglio/2010]

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A Ferrara, città delle biciclette, come ci avverte il cartello di benvenuto cittadino, c’è il concerto di Micah P. Hinson, la nuova (ma neanche tanto visto che ha già registrato quattro dischi) voce dell’America che soffre. Micah, a poco più di 20 anni, aveva già provato l’esperienza del carcere, della droga, dell’abbandono della famiglia e, come per tanti altri reietti, è stata la musica a salvarlo. La musica ma anche il cantante degli Earlies che, innamorato di questo ragazzino, farà di tutto per fargli firmare un contratto. Scartato dalla Rough Trade, Micah si accaserà poi nel 2005 con l’inglese Scketchbook per iniziare la lenta risalita dal buio da dove era caduto. Il concerto si tiene nel cortile del castello del duca d’Este, tanto caro agli alunni di letteratura italiana, visto che è qui che Ariosto ha composto il suo capolavoro. Arriviamo nel tardo pomeriggio facciamo un rapido giro nel centro, una birra, poi un’altra, quindi una pizza quadrata disgustosa. Ma non c’è tempo per fare i turisti ed entriamo subito perchè, essendo oggi l’ingresso gratuito (caso strano visto che tutti gli altri conerti in programma avevano un prezzo tra i 20 e i 40€), prevediamo una ressa, cosa che effettivamente si manifesterà di lì a poco.

Si inizia anche prima del previsto con l’apertura dedicata ad unePassante, trio musicale alla cui testa c’è la palermitana Giulia Sarno. Anche se alla lunga un po’ noioso come concerto, il parlato secco della Sarno non incide, ho apprezzato l’uso della batteria/percussioni elettronica, la bella voce (e pronuncia inglese) della cantante e il quarto brano, semplice e lirico, più pop rispetto al resto, che mi è parso troppo forzatamente moderno.

Micah assiste seduto su un gradino al concerto e quando capisce che tra poco toccherà a lui corre nel camerino a cambiarsi. Lui è un polistrumentista, suona chitarra, basso, armonica, fisarmonica, percussioni, batteria elettronica, pianoforte, clavicembalo, vibrafono. Sale sul palco invece solo con una chitarrina e senza essersi cambiato: una maglietta, un pantalone tenuto su con delle bretelle anni ’80 e una sigaretta in bocca tenuta con un bocchino. Occhialuto e secco come il fratello immaginario di Olivia è perfetto per la linea editoriale della nostra webzine. L’inizio è ruvido e veloce, Micah fa suonare vorticosamente la sua chitarra e ci va dietro, prima con le gambe e il corpo, accompagnando sgraziatamente i suoni country/western, e poi con quella sua voce. Da dove venga fuori quella voce nerissima e ampia in un corpo esangue come quello non si spiega. E’ talmente vistosa la sua importanza che molti dei brani verranno effettuati solo con la voce e basta, senza la chitarrina. A proposito della quale, sarà pur vero che ha dichiarato di essere repubblicano e che gli manca nientemeno che Bush, però su di essa aveva scritto a penna con calligrafia bimbesca “This machine kills fascists” (era lo slogan, sempre scritto sulla chitarra, del leggendario Woody Guthrie, ndr). Mi rassicura un po’. Ovviamente tutte le orchestrazioni giganti usate negli album vanno a farsi benedire e dal vivo stravolge i suoi brani tanto da renderli irriconoscibili o quasi.

Molte canzoni son dai primi due dischi ma anche dall’ultimo come ‘2’s and 3’s’, la meravigliosa ‘Take Off That Dress For Me’ dedicata alla giovine e bella moglie che fa anche un’inutile apparizione sul palco per non cantare un brano (‘My God, My God’): eh già, canta come Isobel Campbell, per giunta lontana dal microfono, mentre Micah si appiccica a quest’ultimo e ci urla sguaiato. É commovente quando stona i brani, quando si abbassa ad ogni finale di canzone per vedere meglio la scaletta o quando strabuzza la bocca per fare uscire una melodia anche se non sempre ci riesce; a volte sembra un pagliaccio che si prende in giro da solo, ma in tutta questa goliardia riesce sempre a comunicare le sue ossessioni del passato. Ringrazia commosso ad ogni brano, prima dei quali fa dei lunghi discorsi per introdurli; fa anche ridere quando lo capisco, tipo quando racconta del nonno che lo prendeva per il culo per il suo desiderio di cantare o quando dice della bellezza di suonare in un castello e di avere per camerino una cella. Al mio fianco invece fanno finta di ridere e di capire ogni volta che apre bocca. La voglia di dimostrare quanto si conosca la lingua inglese e di come si penda dalle labbra di chi sta su un palco rimane morbosa nel nostro paese. L’atmosfera, concedetemi una fracca di banalità, è poetica, in quel cortile con quegli archi, le finestre con le bifore, un venticello che è come una benedizione di Gesù e la sua musica anacronisticamente bella. L’allegra ‘Diggin The Grave’ dà il via a un battimano (che brutta cosa) che prepara ai bis durante il secondo dei quali attacca ‘Suzanne’ di Leonard Cohen ma si dimentica le parole; dà la colpa agli spiriti e ai fantasmi e ne suona un altra. Fa niente Micah P. Hinson. Saluta di nuovo, ringrazia commosso, prende la sua borsetta a tracolla da turista che aveva appoggiato sul palco quando era salito e se ne va accendendosi l’ennesima sigaretta. Semplicemente. Come dovrebbe sempre essere.

Dante Natale