Micah P. Hinson @ Circolo degli Artisti [Roma, 19/Luglio/2010]

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Neanche trent’anni. Ma la vita di Micah Paul Hinson ne dimostra almeno il doppio. Un’accelerazione temporale che è iniziata durante quell’adolescenza quasi bruciata al sole di una cittadina buco di culo nel Texas. Perchè non facciamo un torto a nessuno se affermiamo che, a parte un numero sconsiderato di parchi ed uno zoo, ad Abilene non c’è davvero un cazzo di niente. Tormenti e dissoluzione giovanile. Dalla natìa Memphis al nulla di una cittadina con poco più di 120mila abitanti. Quanto sia leggenda la prima parte di vita di Hinson non è dato sapere, ma il trasferimento verso la maggiore densità demografica di Denton, ha sicuramente giovato all’esplosione artistica di questo nerd con l’aria da eterno monello che per sbarcare il lunario ha pure lavorato in un negozio di fumetti. L’Arkansas di Johnny Cash non dista poi molto dal Texas. E questo per Hinson deve essere stato molto più che un obiettivo a cui mirare. La terra sudista è soprattutto la terra dei nativi americani. Ancestralmente discendente da quei popoli, così come lo è Ashley Bryn Gregory, una bella ragazza dai capelli lunghi e dal sorriso gentile portata sull’altare da Micah Paul due anni fa, in un vecchio teatro di Abilene (il Paramount) col beneplacito e l’aiuto dei genitori. Il tempo della vita sulla strada e della droga è ormai solo un pallido ricordo. Ma l’istinto non è per niente sopito se è vero che nell’ultimo album (‘… and the Pioneer Saboteurs’), il musicista americano è immortalato in blazer con tanto di pistola in mano, a metà strada tra Hunter S. Thompson e un gangster anni ’50. Lui che si continua a professare anti-Obama e sente la nostalgia di Bush (“at least with Bush, we knew how crazy he was, and we knew what he was capable of. With Obama, we don’t know how crazy he can be, and we’ve seen some pretty fucking crazy shit so far”), lui che ha voluto fortemente il titolo del disco così politicamente “scorretto”, ma che continua quasi anarchicamente a proclamarsi supporter del “sogno americano” (“first off, I ain’t no fucking dirty Republican. And I ain’t no fucking Democrat. I ain’t anything. I stand for the rights of people, but I am neither Socialist nor Communist. I am a firm supporter of the American Dream”).

La storia di questo atipico cantautore è più complessa di quanto possa sembrare ad un primo “contatto”. Una storia così fascinosa che è difficile non prendersela a cuore. Soprattutto per quegli “sbalzi” musicali che innalzano Hinson alla stregua dei grandi del passato. Capace di far diventare un normalissimo album di cover (‘All Dressed Up And Smelling Of Strangers’) un devastante viaggio dell’anima senza ritorno e redenzione. Capace di tornare su temi “forti” registrando il nuovo disco a zonzo per il globo. Tra la sua Spagna adottiva, la centralissima New York e quella tenera Abilene da cui siamo sicuri non riuscirà mai a slegarsi. Capace di tornare a Roma per la terza volta in meno di quattro anni e presentarsi ancora una volta in leggendaria solitudine. Entro nel club giardino munito quando il mio orologio, infastidito dal fedele cinturino madido di sudore, segna trentaquattro minuti dopo le 21. Quando cioè il trio unePassante ha già fatto il suo ingresso sul palco. Giulia Sarno e i suoi compagni sono un piccolo e delicato incanto patinato. Raffinatezza folk, inserti indietronici mai invadenti, pop elegante dai ritmi jazz, voce sospesa a ricamare piccole trame che si lasciano ascoltare con estrema gioia.

La sala che fino ad allora era poco gremita, pian piano comincia a fare il pieno, seppur il caldo torrido abbia prepotentemente avanzato le sue impressionanti fauci. Gente che va e gente che viene. Per immergersi nella musica di Hinson c’è bisogno di grande concentrazione. Non per un fatto di comprensione ma perchè l’emozione con la quale si viene investiti è miracolosamente avvolgente. Sono dunque da solo. Senza un amico urticante al fianco pronto a solleticarti la minchia ogni due istanti, senza nemmeno una presenza femminile alla quale devi inevitabilmente cingere i fianchi e sussurrare parole dolci (e la poesia di Micah P. Hinson si presta perfettamente all’amore a due), senza pensieri, con gli occhi fissi al palco “vuoto”. Puntuale alle 22.30 lo smilzo è tra noi. Ancora più magro, se possibile ancora più intenso. Bretelle nere e chitarra rurale a tracolla, proprio come il padre sprituale di tutti i folk singer di razza: Woody Guthrie. Ed una sempre più marcata somiglianza con il compianto pittore newyorkese Keith Haring.

Ma il caldo è cattivo nemico. Distrae. La gente mormora, si muove, cerca refrigerio, troverà nelle bottigliette regalate dal club una piccola manna. Micah è magnetico. Quella voce da eterno adulto rimbomba, percuote e penetra tra le mura. Si presenta. Presenta le sue origini. Nato a Memphis e dai tre anni cresciuto in Texas. La giovane compagna è seduta alla sua destra. Defilata, accaldata, trova piacere con un ventaglio colorato. E’ normale che i primi due album vengano privilegiati rispetto al resto, c’è spazio ovviamente anche per l’ultimo lavoro, che l’occhialuto presenta con voce quasi sommessa. Poi a metà racconta un’altra storia, impossibile da decifrare col brusio del pubblico meno educato. Ogni brano è meravigliosamente depauperato rispetto alla versione d’origine. Ogni brano è un attimo intenso. Piccole storie che ammaliano a dispetto di un minutaggio che fa la barba ai tre minuti. C’è quell’America che ti aspetti. Rimasta ancorata, per fortuna o per disgrazia, alla tradizione più profonda. Una summa iconografica difficile da intaccare. Le luci che alle sue spalle si fanno d’azzurro intenso tratteggiano e supportano il momento migliore. Elettrifica e rende satura d’effetti quella chitarra sghemba e raffazzonata. Farfuglia cose. Si asciuga il sudore che lo sopravanza. Si china a leggere la scaletta. Quei pezzi cadono leggeri e stringono forte al cuore come soffici fiocchi di neve cadrebbero inattesi fuori stagione.

C’è tutto Dylan. C’è l’ombra della drammaticità di Phil Ochs. C’è l’impegno e l’odore del legno stagionato di Pete Seeger. C’è una vita attraversata da questo corpo filiforme dal quale tutto t’aspetteresti tranne che cotanta poesia. Verso la fine del set chiama per due volte la bella compagna. Con un vestitino a fiori, comprato forse in uno di quei negozi nostalgia degli anni ’60. Degli anni di protesta. Le mani strette dietro la schiena. Ashley sussurra qualcosa. Timidamente si allontana non prima che il suo Michele le abbia baciato quelle labbra texane. E in un istante, come per magia, quelle bolle di sapone che una ragazza sospingerà nel locale per tutta la durata del set, sembrano lentamente trasformarsi in svolazzanti piccoli cuori. Neanche trent’anni, ma la vita di Micah Paul Hinson appartiene già alle favole. Quelle che si raccontano ai più piccoli. E che iniziano con un rassicurante “C’era una volta”.

Emanuele Tamagnini

2 COMMENTS

  1. grazie per la bella recensione, problemi vari mi hanno impedito di esserci e di perdermi “il terzo concerto di Micah in quattro anni”. Sarà destino. Quanto a Obama, forsa la nostalgia di Bush è un pò eccessiva (ma è evidente che si tratta di una provocazione) ma mi trovo perfettamente d’accordo col Michele Paolo.

    Buona giornata,

    Simo

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