Mi And L'au @ Traffic [Roma, 2/Aprile/2007]

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Periodo di forte attività tour-istica per gli adepti della label Young God Records. La prima volta a Roma per la coppia Mi And L’au, spuntati due anni fa dalla mantella affumicata di Michael Gira. Quindi un solo album all’attivo, diverse esibizioni fra cui un tour in supporto di Josephine Foster. Oh ecco, questo sì che è un accostamento allineato. Va bene il gruppo spalla, purchè in linea col territorio musicale (“territorio” più di “genere” allarga la veduta) o meglio, con l’atmosfera che di lì a poco si sarebbe venuta a creare. Una proposta musicale preparatrice per intenderci ma vabbè, personale punto di udito. Fatto sta che ad aprire la bucolica serata di un lunedì al Traffic ci hanno pensato gli Spiritual Front. I due (vocals + tastiere) si sono presentati in tenuta da clergyman (déjà vu o cosa?) e credo abbiano proposto tre o quattro brani e credo/temo/suppongo anche che gran parte del pubblico fosse lì per loro… a giudicare dal vestiario marcatamente, visibilmente “scuro” ma lungi da me cadere nella tentazione di semplicistiche attinenze musical-stilistiche. Insomma pulsante la vena drama, romantica e teatrale, volendo anche spintamente sensuale e sessuale (penso a quelle parti di testo che ho filtrato). Diversi déjà ecoutè mi hanno portato comunque a non rivolgere più di tanta attenzione. Per di più, non credo fossero esattamente le 22:30. Ma torniamo pure ai nostri due angelici allevatori di renne della tundra. Alla nostra coppia internazionale: finlandese lei, francese lui. Prima cosa: a Laurent le foto non rendono giustizia. Al suo indiscutibile fascino torbido, al suo alto, magro fisico, al suo volto cupo e spigoloso armonizzato dal capello scomposto, da scapigliato. Tremendamente maudit. Mi aspettavo Mira in abito tradizionale ricamato a mano e invece mi si presenta una ragazza con jeans, giacca molto “in” e occhiale nero con squadratura cyborg che le copre gran parte del viso. Salgono sul palco e sono DUE. Due individui, ciascuno con la propria chitarra. Due individui però, che non tardano a divenire UNO. Mi and L’au sono così semplicemente e teneramente una sola ed unica cosa. Si irradia quella luce e quel calore tipico da set acustico, quell’intimità domestica, quella semplicità e naturalezza faunistica, la lucea rosea e la patina bronzea che fa da sfondo al volo di uccelli migratori. Un set minimale, Mi and L’au-centrico, ridotto all’osso e immerso nel nevischio (o forse è il fumo denso dei trasgressori?). Mi, dà vita alla struttura vocale, soffice e gentile, L’au la riempie e decora grazie a un’abilità maggiore nel suonare e talvolta interviene con il suo cantato, più sottile, esile, etilico. Ogni brano suona come un omaggio vicendevole, si scambiano sorrisi. I loro brani arrivano facilmente senza troppi, strani giri. Vanno oltre la proposta di quei quattordici che compongono il loro self titled album. Faccio fatica, dopo un po’, a individuarli tutti. Omettono la dolce “They Marry”, ma per fortuna includono “Boxer” e “Philosopher” nella loro scaletta. Narco artctic minimal folk che non raggiunge però picchi di particolare intensità, se non fosse per un paio di brani che però non presenziano nel loro lavoro, magari fanno parte del prossimo se ci sarà, chissà… Comunque dopo un po’ vedo la mia attenzione galleggiare in un mare sonoro troppo statico, troppo mite, monocorde. In un impasto di suoni raffermo. O meglio, il genere nella sua trasposizione live ha o dovrebbe avere tempi ridotti. Però mitigano e scaldano, temperano e cullano e alla fine, vogliamo davvero credere che i due, in quella casina di legno sovrastata dalla neve (vedi copertina album) beh insomma, che lì concepiscano un po’ tutto, materiale audio incluso. Ma sì “love is… nest building and migrate” tra muschi, betulle e la brezza salmastra del Baltico.

Marianna Notarangelo

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