Mi Ami @ Init [Roma, 18/Aprile/2009]

457

Un disco tagliente. Tribale e chirurgico allo stesso tempo. Il disco che non ti aspetti dalla claudicante Touch & Go. Ma soprattutto il disco nato dal folle incesto di due fiori dei Black Eyes in libera uscita dal clangore della Dischord. La San Francisco del nuovo millennio. I Mi Ami ci hanno messo poco ad arrivare in Italia. Il tempo che ‘Watersports’ si insinuasse, silente come un crotalo prima del colpo letale, tra l’inteligencia dell’underground globale. Il tempo giusto.

“Il fuoco del sottosuolo”. Recità così la serata approntata nel club della stazione tuscolana. Perchè a stendere il tappeto rosso al triangolo statunitense sono chiamate tre realtà in ambito garage, dissimili per estrazione geografica e sfumature sonore. I romani Steelfingers, i sardi The Rippers (già “coperti” da Nerds Attack! nel dicembre 2007 – leggi report) e gli olandesi The Madd. La miccia degli isolani si accende intorno alle 23. L’audio altissimo non gli rende giustizia. Acidi, colposi, diretti. Un pugno in faccia senza possibilità d’apello, apprezzato dal non foltissimo pubblico, che testimonierà ulteriormente il favore acquistando molto materiale al banchetto per destinazione.

Mentre controllo la staticità e la tenuta delle banane e delle ananas, appese sopra le nostre teste nella hall dell’Init, è ormai quasi tempo dei giovani tulipani Madd. Ma quando vedo che nell’angolo  merchandise occupato dai Mi Ami compare la barba di Jacob Long, compulsivamente corro all’acquisto. Jacob è gentile, sembra padre Cionfoli, mi spiega il contenuto dei due EP in vinile. Compro con autografo annesso. I Madd iniziano, nel frattempo Jacob viene raggiunto dal batterista Damon Palermo, sosia di Rosalino Cellamare. Gli olandesi vestiti di nero con righe colorate verticali, deludono e non poco. Il garage beat proposto (con tanto di organo) è reiteratamente noioso e senza guizzi. La spensieratezza dovuta alla tenera età non deve essere un alibi. I due Mi Ami si divertono compostamente a scimmiottarli. Un boccata d’aria. Un time-out indispensabile per l’immersione che ci aspetta tra qualche istante.

Un’ora di rito sciamanico. Un’ora di trance paranoica. Un’ora di primordialità. Daniel Martin-McCormick è lo stregone scalzo. Una silfide trasformata in uomo. La chitarra compensazione riflessa e lancinante della voce. Long il cuore che batte. Il punk funk latente “sale” meravigliosamente secondo dopo secondo. Ed è impossibile da arrestare, impossibile non lasciarsi trasportare. E’ la loro danza strumentalmente virulenta. Ombre e spiriti dell’Africa lontana. I Mi Ami sono delle macchine. L’ibridazione della violenza del punk con il sangue nero del funk, qui trova il nuovo punto di non ritorno. Trent’anni dopo, è tempo di tornare a lasciarsi andare. Nel buio di una notte qualsiasi. Il rito del corpo e del sesso. Il rito dei Mi Ami.

Emanuele Tamagnini

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here