Mi Ami @ CSOA Leoncavallo [Milano, 17/Aprile/2009]

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Tutto comincia nel pomeriggio mentre ascolto Emanuele Tamagnini su Radio Città Aperta. Non vorrei uscire per nulla stasera. Ma ad un tratto il nostro speaker annuncia ‘New Guitar’ dei Mi Ami (di cui già si è parlato su Nerds Attack!) e mi parte l’embolo. Ricordo di aver letto da qualche parte che avrebbero suonato in questi giorni a Milano. Verifico. Si tratta di questa sera. Parto. Arrivo al Leoncavallo ancora semi-deserto caricando prima Chris e Valentina in zona Piazzale Loreto.

Mi Ami, band di San Francisco che alcuni addetti ai lavori definiscono una “spin off” dei Black Eyes, altri un gruppo musicale nuovo nato dalle ceneri dei precedenti (Rapture compresi), altri ancora una sorta di progetto musicale. Ma questa è la parte meno interessante. A noi interessa ciò che fruisce ora; ciò che il palco stasera offre; ciò che il Leoncavallo stasera ci propone.

Sul loro album ‘Watersports’ è scritto chiaramente “we tried paronoia and jealousy” (‘The Man In Your House’) due argomenti decisamente complessi da affrontare con sole sette tracce. In molti hanno tentato di buttar giù un concept album al riguardo. Ma in pochi sono riusciti ad evocare quanto di più ansiogeno è in noi tramite urla, lamenti, frasi/slogan in loop, ritmi tribali e martellanti (a parte Lydia Lunch e Diamanda Galas). Eppure se ascoltandoli azionate “repeat all” e avete un po’ di pazienza vi accorgerete che qualcosa di melanconico verrà ripescato dal vostro intimo dimenticatoio, dal vostro sub-inconscio. Questo è un po’ quello che è accaduto al Leoncavallo. Il modulo della serata è un 2-2-3-4” decisamente “a tema” nel senso che i gruppi scelti non sono li per caso ma selezionati (grazie al cielo, per una volta!) con accurata e certosina capacità ed attenzione.

Cominciano gli Eat The Rabbit che, orfani del bassista (perché “stufo”), con tastiere e batteria ci iniettano una dose di massiccia death-disco-punk music (come ha giustamente affermato Dante Natale nel recensire il loro EP) con sfiammate funky per addolcirci la dose. Seguono immediatamente i Nurse!Nurse!Nurse! di Treviso, un altro power-duo (basso e batteria questa volta) in stand-by da circa tre anni ma che da sei mesi hanno ripreso a tritare un funkeggiante pro-disco-punk (giusto per rimanere in tema). Esordiscono in maniera piuttosto originale: discorso introduttivo al megafono del batterista Johnny in piedi sulla grancassa di una minimal drum music.

Ma ecco finalmente i Mi Ami col loro “OOOSH TOUR”. Il ronzio di sottofondo che precede il loro attacco viene smorzato dallo scalzo Daniel che, con un calcio deciso sui pedali della chitarra, ripristina il silenzio nella sala. Tribal-Disco-Dub-Punk dall’inizio alla fine. Damon alla batteria sembra essere scomodo ma non si risparmia e trascina il tempo sferrando colpi in continuazione su tutto il set di tom a disposizione. Qualcuno accenna una danza ipnotica. ‘New Guitar’ mi rimanda alle litanie isteriche di Ive Libertine dei C.R.A.S.S. (seconda fase). Così come ‘White Wife’ e ‘African Rhryhms’ mi ricordano ‘Fodderstompf’ dei PIL (‘First Issue’). ‘Echonoecho’ riecheggia nella sala discontinuamente mentre Daniel si scaglia contro l’amplificatore in precario equilibrio facendo ciondolare il microfono posto davanti ad esso. Con gesti e riflessi inconsulti, tipici di un rettile esotico, scandisce semitoni e armoniche  danzando nel contempo in circa un metro quadro di spazio. Inesauribile, scarica su di noi un immenso punto di domanda, aggredisce le coscienze ed aumenta la nostra pressione sanguigna quando ci ripete “I feel your pressure” (‘Pressure’). Il fatto che i Mi Ami suonino dub, disco oppure tribal-punk è un aspetto secondario. Una forte volontà del terzetto di esorcizzare le paure e gli archetipi del pubblico è fin troppo chiara e ci viene somministrata a suon di isterismi. Dose e antidoto della società metropolitana moderna proiettata sulla faccia del barbuto e rassicurante Jacob, dell’inesauribile Damon e dall’isterico Daniel Martin.

Per finire, seguono gli sloveni Coma Stereo (che avrebbero dovuto suonare per terzi), i quali eseguono un forse-troppo-perfetto dub-rock-pro. Un sorbetto ideale comunque per smorzare il nervosismo e la tensione barbara e primordiale accumulata grazie ai Mi Ami.

Andrea Rocca

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